La linea sottilissima


Quando sei pronto a pigiare i tasti del pc e a buttare giù l’idea più spontanea, quella che si butta fuori dalle labbra senza la minima speranza che possa essere contenuta, allora ecco che a frenare l’impeto interviene la meccanicità dell’azione che tu stessa ti eri posta di compiere. Allora realizzi che c’è bisogno di spazio, le idee hanno bisogno di ampiezze e indefiniti modi per dilatarsi a proprio piacimento.
Oggi mi viene naturale guardarmi intorno e scandagliare ogni angolo di aria e di mondo alla ricerca di qualcosa che sia rimasto ancora pulito, stranamente e magnificamente intatto, illibato. Alla ricerca di qualcosa che fluttui incontaminato da idee di potere, che sembri ancora autentico. Non riesco a percepire come autentico nemmeno più il mio corpo che mi sussurra dolorini che voglio imputare all’età, alla cattiva alimentazione. Ma questa è l’epoca del disastro imminente, della crisi imperante, del disordine, delle carte mescolate  e mescolate male, è l’epoca dell’inganno e ci stiamo portando avanti sobbarcandoci un carico di ansia indefinita che certamente non ci siamo mai augurati di possedere. È l’epoca della deriva nella quale ci sentiamo un po’ risucchiati come nell’occhio di un ciclone e allora sì che non puoi fare altro che aggrapparti a quel che ti capita attorno, un’idea seppur debole, una fantasia, un sogno che non ti senti nemmeno in grado di poter realizzare un giorno.
C’è ormai una linea sottilissima fra quello che hai e quello che non hai, c’è un confine quasi impercettibile fra l’essere su una strada e l’essere completamente in balia del nulla.
L’introspezione, l’introversione che rasenta l’implosione oppure l’audacia cieca e subdola: le vie di mezzo hanno perso quel po’ di senso che nella loro moderazione conservavano. Le scelte decise hanno sempre fatto la differenza, ma una via di mezzo è anche equità, uguaglianza, parità, buon senso. Non sempre ma qualche volta la via di mezzo ha permesso di scegliere la terza possibilità, l’alternativa che gli animi accesi non vedevano, l’opportunità che i timorosi non cercavano.
Deliri derivanti da questo galleggiare dentro giornate che durano il tempo di 24 ore e che finiscono allo scattare dello 00:00 e allora pensi “è già domani”. Ecco, ora sembra più nitido, ecco cosa sottilmente ci hanno tolto: la continuità. E la continuità non è necessaria solo nella testa o nella fermezza d’animo ma nella vita stessa, nei passi che compiamo, negli spazi che ci concedono, nelle possibilità che ci danno. Non c’è spazio, non c’è più spazio. Resta lo spazio delle parole e lo spazio di noi stessi, che resterà immenso ma dentro e non fuori.
Parole di appartenenza si snodano con accenti di lamentevole contestazione, ma si sta definendo un’epoca che i nostri pronipoti studieranno sui libri, se sui libri cominceranno per una buona volta a scrivere la verità!

Si sta delineando una generazione che sfugge dalla consueta definizione di generazione. Si sta evidenziando una generazione di uomini abbandonati a se stessi e dunque…all’arrembaggio!

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