LA FIERA DI PAESE: ELEZIONI POLITICHE 2013


Alla vigilia delle elezioni si fa sempre un gran dire. Le masse si dividono. Si creano coalizioni di fiduciosi, sfiduciati, rivoluzionari dell’ultima ora e di improbabili esperti in cambiamenti sociali.
Ma queste elezioni hanno un sapore diverso, hanno il sapore della farsa e hanno anche il sapore di “si salvi chi può”; per molti, certo avranno il sapore del cambiamento possibile, ma per me che non faccio politica e che rappresento l’individuo medio appartenente al popolo, per intenderci un campione rappresentativo della mia generazione, queste elezioni mi suonano un po’ come una fiera di paese. Solo che nel caso specifico questo paese è l’Italia e la fiera non ospiterà il tiro a segno o la baracca in cui devi buttare giù i barattoli con delle palle di pezza. Il sentimento generale però, è un po’ questo, come se si dovesse tentare di centrare il bersaglio alla cieca e tutti si affannano a darsi suggerimenti sulla giusta angolazione per ottenere il risultato più accettabile o andarci almeno vicini.
C’è una grande confusione, un gran rumore, tanto parlare. E diciamolo, siamo affezionati al tradizionale stile pre-elezioni che prevede confronti all’ultimo insulto nelle tribune politiche, promesse da paese dei balocchi, e chi la dice più grossa si aggiudica una settimana di titoli in prima pagina e approfondimenti in seconda serata da Bruno Vespa! È proprio l’atmosfera concitata che ci coinvolge e ci fornisce un buon argomento di conversazione con l’edicolante mentre compriamo il cruciverba e al bar per riempire il silenzio mentre il barista ci prepara il cappuccino. Poi ce ne torniamo in ufficio, intavoliamo una conversazione prendendo spunto dall’ultima barzelletta sui politici sentita in tv la sera prima tra un morso al panino e uno sguardo al risultato della partita in programmazione, e anche qui diciamo la nostra. Mentre la politica continuano a farla i politici, ma non quelli veri, ammesso che ce ne sia rimasto qualcuno, e a noi non rimane che dire la nostra al fruttivendolo di fiducia di sfuggita mentre paghiamo il conto e alla parrucchiera, tra un pettegolezzo e un aggiornamento sul gossip.
E poi il conto alla rovescia per la giornata inaugurale e che gran confusione!
Vorremo andare più a fondo nel problema. Ma non c’è un problema unico e quello più grande ci riguarda da vicino: siamo compratori appetibili a cui stanno illustrando la mercanzia e i mercanti, si sa, sono maestri dell’inganno. E con il sorriso smagliante sulla faccia e la coscienza pulita dalla convinzione che il fine giustifica i mezzi, fanno capriole e giravolte e, voilà, lo spettacolo comincia.
Nel frattempo, mentre esibiscono l’ultima trovata, un po’ per caso un po’ per fortuna i pesci abboccano all’amo senza aver nemmeno capito cosa hanno comprato. Come il gioco delle tre carte: una carta alla fine del gioco la devi scegliere, e chissà come mai sotto c’è sempre una sorpresa. È la fiera del compromesso. La fiera del ce l’ho più lungo io. La fiera di paese.
Però, dietro a tutto questo gran esibirsi mi sembra che si nascondi una parolina che tutti pensano e nessuno osa pronunciare: l’indottrinamento. Eh, che parolone! Certo, che parolone, un bel parolone importante che condensa un significato semplice semplice. Testualmente:
INDOTTRINARE ‹in·dot·tri·nà·re› v.tr. sottoporre a un continuo martellamento ideologico.
L’uomo ha sempre cercato di indottrinare l’uomo. E allo stesso modo l’uomo ha sempre cercato di resistere all’indottrinamento.
A questo giro la parola resistenza per me fa rima con la parola astensione. Io mi astengo e decido di farlo senza calcoli trasversali e matematici. Non riesco a farmi indottrinare, né persuadere.
È rimasto il concetto di dovere (è un dovere votare!!!) a piegare gli indecisi e convincerli dell’indispensabilità del proprio ruolo. Ma è un dovere scegliere bene e quando non  lo si può fare, resta il dovere di preservarsi dai compromessi. Perché scegliere il meno peggio non è dignitoso. E non è nemmeno dignitoso giocare a fare tentativi, perché ogni tentativo costa caro. È più dignitoso spiegare all’anziano che non gli rimborsano l’IMU se porta alle poste italiane la letterina ridicola che ha ricevuto a casa. È più dignitoso dire la verità anche se la verità non ci piace, e ammettere che nessuno può comprare la nostra fiducia. E che il paese si regge sul paese e questa responsabilità ce l’abbiamo noi, anche se ci sembra troppo faticosa.
Non stiamo partecipando ad uno show televisivo a premi, anche perché la vincita in palio non ha davvero niente di allettante: solo un altro capitano di nave con la passione per la prestidigitazione.

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