LE AVVENTURE DELLA MIA AMICA CHRYSAORA – PUNTATA 4

Sono così tante le storie che riguardano Chrysaora che alcune, se non provvedesse lei a ricordarmele potrei anche dimenticarle.
Io e lei abbiamo fatto insieme anche il salto nella vita adulta e, dopo un’estate, quella dopo il diploma, trascorsa a tormentarci in dubbi amletici sul futuro, che se avessimo saputo che sarebbe finita come è finita avremmo impiegato meglio il nostro tempo, abbiamo deciso di prendere casa insieme per frequentare l’università.
Mio padre era contrario alla mia decisione di trasferirmi, dubbioso come sono un po’ tutti i genitori quando la propria figlia decide di lasciare il tetto famigliare. Io invece ero decisa ad andare via, ancora più solleticata dall’idea di andare via con la mia amica Chrysaora.
Prendemmo il treno e andammo a cercarci una stanza, ottimiste e propositive e, dopo un paio di visite in topaie che ci proponevano come case ideali, prendemmo appuntamento per una casa in centro. Non ci sembrava vero: dall’altro lato del telefono il proprietario di casa si era reso disponibile a farcela vedere subito, spinto anche forse dall’urgenza di affittarla. E noi, dalla nostra avevamo l’urgenza di trovare un posto letto, perché di lì ad un mese avremmo dovuto cominciare a frequentare i corsi. Arrivammo nella via che ci aveva indicato telefonicamente e ci trovammo di fronte un uomo dall’aspetto raccapricciante, con lunghi peli che venivano fuori dalle orecchie e dai polsini della camicia, e con grosse chiazze di sudore che sbiadivano il contorno delle ascelle e le pieghe in corrispondenza della pancia pronunciata.
Noi, sulle nostre, anche un po’ intimorite dalla fregatura dietro l’angolo, lo seguimmo su per le scale. Al primo piano di un palazzo d’epoca in pieno centro, aprì con le chiavi una piccola porta di legno che dava su un corridoio in cui a stento ci si stava in due.
Ci sembrava troppo bello per essere vero, il prezzo era sostenibile, la posizione perfetta e le condizioni accettabili. La prendemmo. E quello fu l’inizio della convivenza mia e di Chrysaora.
Il proprietario di casa imparammo a gestirlo, e a gestire l’istinto di non guardarlo in faccia né fissargli le mani quando veniva a prendere l’affitto e finalmente eravamo autonome.
Da quel momento in poi accaddero tutta una serie di avventure più o meno comiche che ebbero Chrysaora come protagonista, è ovvio, e per non farci mancare proprio niente, venimmo accolte in quella nuova città a braccia aperte. O meglio Chrysaora venne accolta a braccia aperte, le braccia di uno scippatore anche un po’ imbranato, il primo lunedì accademico!
La domenica sera eravamo andate a dormire un po’ eccitate all’idea che il giorno dopo lei avrebbe cominciato la sua nuova vita universitaria. Il lunedì mattina arrivò a svegliarla con uno di quei diluvi che scoraggiano anche i più temerari. A ciò si aggiunse che lei avrebbe dovuto prendere un autobus e avrebbe dovuto cercare la fermata, il numero e capire come muoversi. Questo non la dissuase. Borbottando e facendosi scappare anche qualche parolaccia, che a prima mattina fa sempre bene, si munì di zainetto e ombrello, mi salutò e se ne andò emozionata!
Io trascorsi la mattina a finire di sistemare armadi e dispense. All’ora di pranzo cominciai ad aspettarla con un po’ di agitazione. Non vedevo l’ora di farmi raccontare come era andata.
Dopo poco sento la chiave girare nella toppa, mi affaccio sulla soglia della porta della camera e vedo quest’ombra che avanza nel corridoio, gocciolante e con lo zaino accartocciato in braccio. Con i pantaloni zuppi fino alle ginocchia e uno sguardo per la serie “che nessuno parli, potrei uccidere” entrò in cucina, lanciò lo zaino di stoffa su una poltrona e solo allora mi accorsi che non mi tornava qualcosa. Allo zaino mancava una bretella, e mentre ci pensavo Crysaora si stava già togliendo il maglione per mostrarmi un segno rosso sulla spalla, e tra un vaffanculo e qualche altra parolaccia impronunciabile mi raccontò dell’idiota che aveva cercato di portarle via lo zaino strappandoglielo da dietro. Ma lei aveva tenuto duro e nel tentativo di non farsi scippare si era aggrappata alla bretella che aveva ceduto, mentre con rabbia inveiva contro il ladro che giudicò anche abbastanza arrendevole.
Ma non fu tutto, perché poco più avanti era stata avvicinata da una zingara insistente che pretendeva di parlarle in una lingua non ben identificata, invitandola con una mano tesa a darle dei soldi. Chrysaora mi disse che la zingara la guardò dritta negli occhi e le disse qualcosa che a lei parve troppo strano per non improvvisare subito lì su due piedi un contro-maleficio. E così Chrysaora ricambiò il suo sguardo e le disse che come in uno specchio il maleficio le stava ritornando indietro, e glielo disse in italiano, con la speranza che funzionasse ugualmente. Mai scherzare su queste cose, il primo giorno di università poi!
Mentre mi raccontava tutto questo io ovviamente ero piegata in due dalle risate, perché solo a Chrysaora poteva capitare tutto questo in un giorno solo e non in un giorno a caso, ma in uno di quei giorni in cui hai bisogno solo di segni positivi e ben auguranti e non di certo di una zingara iettante e di uno scippatore poco intraprendente.
Ma Chrysaora è sempre stata una ragazza diplomatica e, a fine giornata, concluse che quel welcome così traumatico non poteva che significare una cosa sola: abituati da subito così ti ambienti prima. 

N.B. Riferimenti a cose o persone sono assolutamente NON casuali. Si garantisce l’assoluta veridicità dei fatti.
Tutti i diritti sono riservati © 

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