L’elezione del nuovo Papa: l’irrisolvibile dilemma

Il conclave ha finalmente decretato il nome del nuovo Papa. Il cardinale Jeorge Mario Bergoglio, primo pontefice appartenente all’ordine gesuita, nonché primo non europeo a salire sul soglio di Pietro.
Sfogliando i giornali questa mattina si fa presto a constatare quanto l’entusiasmo di ieri sera si stia mitigando in indiscrezioni, approfondimenti e chiarificazioni su chi il nuovo pontefice, Papa Francesco, sia davvero. Ogni cardinale che diventi papa ha, per forza di cose, una storia che rappresenta il parametro su cui misurare la sua potenziale influenza come nuovo vescovo di Roma.
Dopo papa Ratzinger e tutti gli scandali che hanno interessato la Chiesa durante il suo pontificato, bisogna ammetterlo, l’elezione del nuovo Papa ha inaugurato una speranza che, reale o apparente, ha sollevato gli animi di molti. Di chi aveva visto nell’abdicazione di Benedetto XVI l’onestà spirituale di un uomo che non si sentiva più all’altezza e di chi invece non poteva non lasciarsi assalire dal dubbio della cospirazione internazionale. A sollevare gli animi, nonostante la lunghissima attesa prima di vedere il nuovo pontefice affacciarsi al balcone in Piazza S. Pietro, è stata anche l’immagine di un uomo che la folla non si aspettava ma che soprattutto non si aspettava così umano nella sua semplicità.
L’elezione di un Papa porta, ha sempre portato, con sé una carica ritualistica, mistica e spirituale tale da immobilizzare il mondo intero nell’attesa. La folla esplode in urla festanti alla vista della fumata bianca che annuncia che il nuovo pontefice è stato designato. E si predispone alla sorpresa di assistere all’ufficializzazione della salita di un nuovo uomo al soglio di Pietro.
C’è qualcosa di magico nel potere aggregativo della Chiesa in un’occasione unica come quella dell’elezione del Pontefice. Questa volta sembra essere stato molto più forte lo stupore, evidente nel momento in cui la folla ha appreso dal vicario del pontefice, il nome di Jeorge Mario Bergoglio, sconosciuto a molti. Ancora più evidente la meraviglia, forse un piacevole sbigottimento nei confronti dei modi così semplici con cui il nuovo Papa si è presentato al popolo. L’abitudine alla ritualità sottintende anche un’abitudine alla solennità e ad una distanza ideale di riverenza che questa volta sembra essere stata immediatamente annullata da quel “buonasera”. Ecco che la folla ha messo a fuoco l’immagine del nuovo pontefice che nemmeno una volta si è riferito a se stesso con il termine di pontefice, né con il plurale maiestatis, che si è presentato con il più comune dei convenevoli, e che ha cercato di instaurare un’empatia tutta umana. L’umiltà sembra esser stato il bigliettino da visita del nuovo vescovo di Roma che ha scelto per sé un nome assolutamente nuovo, Francesco.
La parola chiave, dunque, è novità. Una novità che potrà essere valutata solo nei fatti. Innegabile, per il momento, è l’impatto comunicativo, l’immediato contatto che un uomo nella complessa posizione di essere presentato al mondo come il nuovo Papa è riuscito ad instaurare.
A nemmeno 24 ore dalla sua elezione al soglio pontificio i giornali trasudano già di accuse che sanno un po’ di peli nell’uovo, ma che acquistano un senso se rapportate all’insaziabile necessità di pararsi le spalle e indovinare la politica ecclesiastica di cui Papa Francesco si farà promotore.
Esiste, però, una dualità inconciliabile, con cui bisogna fare i conti, tra la valenza spirituale capace di soddisfare il bisogno antichissimo di avere una guida che sia uomo in carne e ossa e allo stesso tempo spirito di Dio in terra e un significato politico condensato in una carica così solenne come quella del pontificato.
I fedeli e i non-fedeli tornano a dividersi anche questa volta. Dovevamo aspettarcelo.
Ma è un po’ come in tutte le cose. Dipende da che punto di vista si sceglie.
Un nuovo Papa è sempre una nuova speranza, tenuto conto del suo peso nel gioco delle parti.
E che questa speranza verrà soddisfatta o disattesa, comunque farà discutere. 


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