STORIE DI ALTRI – STORIA N.5

Leggi anche STORIE DI ALTRI – STORIA N.4, STORIE DI ALTRI – STORIA N. 3,
STORIE DI ALTRI – STORIA N. 2 e STORIE DI ALTRI – STORIA N. 1

Il dondolio irregolare del treno lo culla su scie striate di sogni. E lo sveglia adesso, sfinito d’amore, quello che non ha avuto. Solo, in un vagone umido, sul filo del tramonto, raccoglie tutto il peso del vuoto e lascia che sia l’eco di quel silenzio a raccontare per lui gli occhi rigonfi di sonno della ragazza dai capelli neri e le sue mani richiuse a trattenere i sussurri.
E l’uomo ora è approdato nello sprofondìo grigio  e distratto di quei limbi che sono le stazioni, sale d’attesa tra una vita ed un’altra. E con il buio a proteggere i segreti ora anche il boato rimbombante della sua casa vuota…..gerani secchi di freddo sul terrazzo, e stanze buie e vuote di voci.
L’uomo raccoglie da una sedia un vecchio maglione dismesso, dimenticato e lo lascia bruciare nel camino scoppiettante. Fisso nel fuoco assiste al lento sgretolarsi delle sue pene, al tremolante luccichio dei ricordi ormai tiepidi impressi negli occhi, ad un sorriso addormentato di donna, abbandonato nell’ombra gialla di una stanza d’albergo affacciata su un cortile bianco.
La ragazza dai capelli neri ora non dorme più. Intrappolata nel languore di una stanza che non parla più riattraversa gli spazi come un gatto abbandonato a se stesso. Ha il vestito stropicciato e le labbra gonfie di sonno. Dalla tenda bianca filtra il bagliore di sole e un’arietta leggera. Va a farsi un the e appena appoggiata ad una vecchia credenza di legno, con le spalle riflesse nello specchio macchiato, memorizza quella stanza, i suoi particolari e le tracce di vita bloccate nell’ultimo istante.
Un mezzo sigaro spento posato su un posacenere di cristallo e libri chiusi e libri socchiusi e pagine svolazzanti sul tavolo, sulla poltrona, sul pavimento, sul letto..e nel cuore.
Nel tepore di quell’infuso di erbe rinchiude un sogno attraversato da una voce, che si è fatta bisbiglio e poi silenzio. Raccoglie i dieci libri tenuti a fatica fra il petto e le braccia e, senza voltarsi, chiude dietro di sé la porta. Va via.
Tra le mani una cappelliera penzolante, la ragazza se ne va camminando per le vie del centro. Sul viso un paio di occhiali scuri e nel cuore la forsennata corsa di un battito dietro l’altro.
Dalla vetrina opaca di un caffè ora scorge un profilo di uomo, allungato, fermo, assorto. Lentamente, quasi con cautela, entra nel grande salone di legno tutto adornato di specchi. L’uomo è di spalle, seduto al bancone. La ragazza dai capelli neri, leggera, si siede ad un tavolino vicino all’ingresso, non toglie gli occhiali e posa la sua grande cappelliera sulla tovaglia rossa. Ordina un the e scrive su un tovagliolino di carta illuminato di luce filtrata “il silenzio ha molta più voce colmato di un canto che allieta e abbandona”. Ha ancora il capo basso, fermo sull’ultima parola quando il the arriva sul suo tavolo, fumante. È l’uomo del bancone che glielo serve. Si siede, versa l’acqua bollente in una tazza, aspetta che l’acqua diventi rossa, afferra quel tovagliolo e continua “..ed il sonno è ancora più dolce macchiato di un unico bacio che narra d’amore e estirpa silenzi”.
La ragazza dai capelli neri sorseggia il suo the immobile nello sguardo del’altro, e quando ha finito l’ultimo sorso si alza, lasciando la sua cappelliera sul tavolo. Con un tocco di mano sfiora il collo dell’uomo e torna per le vie del centro.
Appannato dal colore vivo di quella cappelliera senza mani, l’uomo la rapì come si rapisce un prezioso dimenticato e si precipitò fuori dal caffè.
Assorta nell’immutabile splendore di una vecchia e imponente fontana, la ragazza ora naufragava nei dolcissimi e violenti strappi di sogno che a sussulti riemergevano dentro le mani, sotto la pelle. Cosa negare ora che sommessamente celebrava le confessioni più blindate della sua anima bianca?
Con un viaggio ubriaco di attese e inebriante d’urgenze di miele la ragazza dai lunghi capelli neri aveva ceduto all’irrimediabile e ormai irrinunciabile ricerca di quel silenzio che colma il silenzio, così arresa e decisa a sfiorare l’anima dell’uomo con la piuma più morbida del suo cuore. Solo attraverso un silenzio aveva saputo parlare, sgattaiolando via nel tremore ancora vivo di infiniti e lievi tocchi di mani e baci sfiorati.
E adesso, sommersa e quasi vinta dall’impossibile e inarrestabile vociare della folla attorno a sé, riattraversava nella mente ogni tono e ogni parola di quella lettera così rassegnata ad arrivare come una sussurrata promessa. E insieme a quella lettera era arrivata in ritardo anche la delicatezza di tutte le parole non dette.
La ragazza ora non aveva che la pretesa di seguire e lasciarsi seguire sopraffatta da una lentissima passione, da quel desiderio troncato.
La ragazza dai capelli neri abbandonò il frastuono e iniziò a passeggiare senza meta. Solo la pallida e tagliente luce del tramonto la spinse verso la desolata stanza che aveva fittato in una strada anonima. Teneramente avvinghiata a tutto il sapore di sé, contaminato adesso di novità ancora inesplorate, cominciò a scrivere lunghe lettere, quelle lettere impossibili che aveva solo sognato.
[…] Molti baci e ancora baci conservo scalpitanti. E non so spiegarti con parole quanto rimango assetata di tutte le voluttà che mi hai negato. Ora, rifugiata nell’aria che respiri, ti aspetto senza trovare ancora un buon motivo per sottrarmi, negarmi. Mi sorprendo di quanto poco mi serva ora ogni sillaba. E ancorata a quello che sono stata scappo da te con lo stesso immenso gusto con cui mi affidavo alle tue carezze.
Quando sono nata una stella zingara mi ha spolverato di quella polvere di malinconia che mi costringe a guardare alle cose con occhi vibranti e tristi, e con occhi vibranti e tristi sfuggo e poi mi pento, completamente atterrata adesso dal sapore e dal desiderio che mi ha solo sfiorata.
Incatenata in un gioco ti ricambio con l’accenno di un sorriso, e con quella cappelliera in cui ho sigillato la libertà. Sono qua ad aspettare la sera a contare le stelle e a scrutare il profilo imperioso di una dispettosa luna che mi vuole sempre così ostinatamente complice […]”
La ragazza adagiò i suoi lunghi capelli neri e la lettera e tutto il suo corpo stanco sul letto, sotto la finestra e provò a chiamare il sonno. Si addormentò così, senza stelle e senza luna, solo dieci libri ancora chiusi a tenerle compagnia.

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