Darci un taglio

Decidere di darci un taglio ha sempre la sua dose di difficoltà. Nel mio caso ha sempre avuto la sua buona dose di regolarità.
Ci ho sempre dato un taglio, con tutto. Quando le cose cominciavano a non piacermi, tagliavo. 
E così ho tagliato fuori false amicizie, false conoscenze, falsi buoni rapporti. 
Ho tagliato con la facoltà di Lingue il primo anno all’università: una mattina ho aperto gli occhi e ho realizzato di dover andare via da quella bolgia di finta organizzazione e iniziare a fare ciò che davvero mi avrebbe permesso di svegliarmi propositiva.
Ho tagliato (per alcuni anni) con il mio paese quando mi sono accorta che ostinarmi a viverlo avrebbe significato solo dimostrare a chiunque altro di essere in grado di ignorare ciò che mi disturbava. Non sono mai stata capace di fingere pose che non so nemmeno assumere. 
Ho tagliato con il mio vecchio numero di telefono così da facilitarmi le cose.
Ho tagliato con tutto ciò che destabilizzava il mio umore. 
Le costrizioni non mi piacciono.
Adesso sto per dare un taglio definitivo ad un cordone ombelicale antichissimo, quello che fino ad ora mi tiene radicata negli insopportabili meccanismi di un’Italia che non riconosco più, che non sento più mia fino in fondo. Preferisco mantenere viva la gioia di quell’Italia che può essere ancora in grado di rappresentarmi e rinunciare a tutto il resto. 
Dalla propria nazione non si scappa, si va semplicemente via. 
Non sento di scappare. Sento solo di scegliere la via che ritengo di dover intraprendere.
E a chi mi ha detto tra i denti che non è corretto abbandonare il proprio paese nel momento del bisogno, sento di cuore di rispondere che non è corretto ammantarsi di buonismo per mettersi apposto la coscienza, che non è corretto rimanere con le mani in tasca e tenersi in equilibrio a giorni alterni sulla speranza e sui propositi. Che la vita ce la creiamo da soli, che non bisogna aspettare che ci venga detto come fare le cose, che ci sono momenti nella storia in cui bisogna fare la valigia e andare a vedere cosa c’è dall’altra parte. Perchè il rischio di dimenticare cosa sia la normalità inficia la visione di come le cose dovrebbero essere.
A queste persone sento di cuore di dire che non mi sento egoista perchè emigro e scelgo di vivere la mia vita. Perchè non ho tempo per aspettare di sentirmi felice un giorno e voglio prendere dal mondo quello che il mondo può darmi.
Non voglio collezionare insoddisfazioni ma coltivare il rispetto verso il fatto che mi è stata data la possibilità di essere coerente con me stessa.

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