Dalla parte di nessuno

Non scrivo da moltissimo. Sono giorni super caotici. Mi preparo ad andare via dall’Italia. Ma l’Italia resta qua ad esibirsi in tutte le sue parti più note: la bella signora adagiata sul mare e riscaldata da un caldo sole invitante; la vecchia e consumata donna antica appesantita da una lunga storia di conflitti interni; la culla della cultura ma anche la ferita terra di chi non crede più a niente.

Resta qua con i suoi giochetti e i suoi inciuci, i suoi palazzi e i loro saloni pieni di giacche e cravatte pronti a festeggiare e celebrare non si è capito ancora bene cosa.
E poi continua a spingere dal basso una speranza che non sta più a galla da sola; la speranza di chi segue l’attualità per scorgervi un poco di buon senso. 
Il nuovo governo è fatto e oggi guardo all’ultima campagna elettorale e alle ultime elezioni come ad una farsa che tutto il Paese si è impegnato a fare. Le difficoltà piegano verso vie d’uscita sghembe. 
La lista dei ministri non mi ha suscitato altro che il mero interesse che mi avrebbe suscitato una qualsiasi altra notizia di un certa novità, ma guardo quei nomi e vedo una torta spartita a tavolino. Non scorgo interessi positivi ma sento solo sussurrare accordi sottobanco che fanno parte di tutte quelle cose che non ci è dato conoscere, a noi poi a cui spetta essere governati dai governanti che a loro volta scelgono chi deve governare. Quale scelta ci è stata data questa volta? Quella di sprecare il voto per un inganno che non paga, una illusione che è già sfumata e per una confusione che si taglia fuori dai piani alti della politica. 
E poi ai suicidi annunciati in tv come dati di un bollettino di guerra, la violenza prende in mano una pistola che punta verso qualcun altro, i carabinieri che presidiavano davanti a Palazzo Chigi durante il giuramento del governo. L’Italia dei riti interrotta nell’atto della celebrazione e tutti a piangere una “tragedia” che a quanto ha dichiarato Alemanno “bisognava aspettarsi”. Il ministro della difesa non deve essere riuscito nemmeno a mettersi comodo nei nuovi panni che subito l’occasione si è presentata. Lo squilibrato in giacca e cravatta che si confonde tra la folla e pensa bene di attentare alla vita di non si sa bene chi sparando 12 colpi di pistola. In Italia chi si uccide è disperato di quella disperazione che rasenta lo squilibrio, chi spara è squilibrato come se non fosse possibile premeditare un atto del genere e chi governa è vittima perenne del fomentato malcontento del popolo. Il malcontento è un dato di fatto che da tempo si sta manifestando nelle sue più disparate forme. E un atto del genere forse bisognava aspettarselo, è vero, ma non facciamo i moralisti. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Lo sparatore sapeva quello che faceva e il governo sa, ha sempre saputo e continua a sapere quello che dice. Puntar il dito contro partiti che si è lasciato intendere abbiano aizzato il disgusto verso il governo tanto da spingere un uomo a commettere un atto così violento è come ammettere che la vita delle persone si regge ormai solo sulle lotte di partito e sulla guerra al potere. La guerra è nelle strade. Ci penserà la storia adesso a giudicare entrambi e i telegiornali a fare gossip.

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