Un altro 1°maggio in piazza ma….ai tempi moderni chi si accontenta è complice

Ecco un altro 1° maggio che quest’anno si presenta come una pausa dall’apnea delle ultime settimane. Ma è una boccata d’aria apparente e la festa dei lavoratori si trasforma nella festa di quelli che il lavoro non ce l’hanno più, di coloro che il lavoro non lo hanno mai avuto e di quelli che per il lavoro hanno perso la vita.
I festeggiamenti sono sempre qualcosa a cui non si rinuncia e la musica, l’aggregazione istituzionalizzata ormai non smettono di rappresentare la volontà di un popolo di fare voce comune per lanciare un messaggio che ha qualcosa di rituale. Ma sarebbe dovuto essere 1° maggio anche ieri e dovrebbe esserlo anche domani e non per celebrare un giorno di riposo che per diritto si è preteso, ma per rivendicare il diritto al lavoro. 
Una rivendicazione non può avere date, un giorno colorato di rosso sul calendario e un programma di intrattenimento. La rivendicazione necessita di una quotidianità che faccia sì che attecchisca nei modi di fare e non solo nelle intenzioni. Via le retoriche dai discorsi, dalle canzoni, dagli zaini dei 20enni accorsi in Piazza S. Giovanni. Se la parola rivoluzione ha un’accezione positiva, questa risiede proprio nella possibilità che ogni singolo possa essere rivoluzionario, nel suo modo di fare, alle prese con le difficoltà della vita.
Rivendicare il proprio diritto al lavoro sta anche e soprattutto nel non assecondare sistemi che ci avviliscono, rinunciare a compromessi che ci sembrano sbagliati, rifiutarsi di firmare finti contratti solo perchè non abbiamo scelta. La scelta c’è sempre. Si può scegliere di non essere d’accordo con chi dice che questi sono i sacrifici utili ad una ripresa economica. Perchè l’assoluta assenza di criterio nelle politiche del lavoro non spinge avanti ma trascina indietro verso lo stadio embrionale delle logiche del mercato e del lavoro. 
Non c’è popolo nè paese nè famiglia senza lavoro. 
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro non garantito, sul ricatto morale e sul “chi si accontenta gode”. Io direi che chi si accontenta è complice. Perchè se siamo noi l’ingranaggio che porta avanti lo sviluppo, smettiamola di accontentarci, dei compromessi, delle piccole soluzioni placebo e degli apparenti aggiustamenti a leggi che non hanno nè più testa nè coda. 
Non si tratta più di rivendicare il diritto al lavoro, come quello all’istruzione o alla famiglia. Qui si tratta di riappropriarsi del concetto di democrazia. Dove non esiste una cultura democratica fedele a se stessa non potrà mai esserci iniziativa popolare concreta e coerente.
L’asse della bilancia si è inchiodato su misure che non ci riguardano più. 
Chi si accontenta è complice.

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