The Giver – Il mondo di Jonas – RECENSIONE – La fantascienza si fa popolare

Uscito nelle sale l’11 settembre, The Giver è l’adattamento cinematografico firmato Philippe Noyce di un classico della letteratura fantascientifica, The Giver – Il Donatore di Lois Lowrypubblicato nel 1995.
TRAMA
In un futuro prossimo la società è diventata pacifica ed estremamente organizzata, a cui è stata rimossa ogni traccia della storia passata. Agli individui sono state tolte ogni tipo di emozione, dolore, amore e paura, mentre ogni nucleo familiare è formato perfettamente da un uomo e una donna con due figli, un maschio e una femmina. Solo una persona, chiamata il “donatore”, ha la capacità di ricordare il passato, da utilizzare in caso di necessità. All’età di dodici anni ad ogni membro della società viene assegnato il lavoro che svolgerà per il resto della vita.Al giovane Jonas viene affidato il delicato incarico di custodire le Memorie dell’Umanità, che riceverà direttamente dal “Donatore”, provando sulla propria pelle emozioni mai provate. Ma la strada per la conoscenza sarà tortuosa e Jonas stravolgerà le regole quando stringerà un forte legame con il precedente “Donatore”.
Di recente le storie di mondi distopici hanno grande presa su un pubblico sempre più incline ad immaginarsi in scenari che capovolgono e mettono in discussione il caotico andamento delle cose, ma The Giver, già a prima vista, resta in superficie e si presenta come un miscellanea di spunti già ben noti al pubblico cinematografico.
Già nei primi 10 minuti il film perde l’attenzione dello spettatore. Siamo introdotti in panoramica su una cittadina perfettamente organizzata, in cui ogni minuto è cadenzato dalle indicazioni provenienti da altoparlanti situati ovunque. È un mondo abitato da giovani inquadrati in compiti precisi, organizzati in unità familiari e felicemente conformati agli obblighi impartiti dall’alto.
C’è un po’ di tutto, e questo solo in partenza. Viene subito in mente 1984 di Orwell, per l’ordine sociale e il controllo dell’individuo; Truman Show, per i movimenti di macchina, gli altoparlanti, le videocamere a circuito chiuso e la sala di regia da cui tutti vengono controllati; The Island, per l’iconografica geografica e senza dubbio Pleasentville. La scelta registica del monocromismo che fa si che tutto il film sia in bianco e nero salvo per i momenti in cui il protagonista raggiunge la consapevolezza e riscatta con il proprio coraggio la comunità dimentica ormai delle memorie del passato, non ha nulla di nuovo, né di originale.
Questo coro Young Adult in cui il controllo del linguaggio, delle nascite e della routine, congiuntamente alla soppressione del libero arbitrio, dei rapporti interpersonali e delle emozioni per scacciare il mondo dal dolore e dalla malvagità dell’uomo allude malamente ad un non ben precisato e anche abbastanza confuso desiderio di superamento delle passioni per il raggiungimento della felicità, la quale si scoprirà man mano essere fittizia.
Il film resta in superficie, non tocca lo spettatore fino in fondo e segue diligentemente le vicende che conducono il protagonista a compiere la sua missione, recuperare le memorie del passato e sciogliere “l’incantesimo” che impedisce alla sua comunità di vivere le emozioni. In sottofondo, a tenere la storia in riga con tutto il cinema per ragazzi, la scoperta dell’amore con tanto di bacio canonico.
Le memorie che il giovane Jonas, appena prescelto come Raccoglitore di Memorie, riceve dal Donatore sono la ciliegina che fa scadere il film nella schiera di tutti quei lavori che mirano ad un target popolare per acquisire share, ma non si accontentano e si spingono a strizzare l’occhio allo spettatore attraverso una retorica a cui ormai siamo abituati da anni di cinema post apocalittico. Una sfilata di immagini di repertorio del mondo che soffre, che nasce, che combatte, che festeggia il Natale, che piange. Persino la primavera di Praga, il muro di Berlino, il Vietnam e Mandela, che a fine carrellata merita qualche secondo in più in video.  Ecco. Il regista si è spinto oltre l’accettabile compromesso tra arte e botteghino. C’è chi lo chiamerebbe omaggio. Io lo chiamo “pesca spudorata dello spettatore meno critico”.
Non sempre un messaggio passa attraverso la corda solleticata dal montaggio veloce in cui una carrellata di immagini a densissima concentrazione emotiva dovrebbe  incidere sul nostro giudizio viscerale e non critico.
Nessuna nota specifica per quanto riguarda il cast che annovera una meravigliosa (come sempre) Meryl Streep che però non spicca né si distingue per interpretazione e ruolo.
Una storia piatta, prevedibile e spudoratamente retorica.
Consiglio ovviamente di vederlo ma senza aspettative.

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