Tony Abbott. Si gioca alla guerra.

Alcuni giorni sembra che la propria attenzione venga attratta inevitabilemente da un solo genere di argomenti. Oggi sui giornali australiani non si parla di altro se non di Tony Abbott. A me ricordano certi foschi tetri periodi horror della carta stampata italiana, monopolizzata dal bel faccione stirato e lucido di Mr. B.
Lo stesso rigurgito di amarezza sale non affatto provocato dall’ovvia, anche abbastanza prevedibile, manovra politica di un primo ministro che poco si distingue da molti altri, ma per le reazioni popolari al suo profilo da prete mancato amico della nazione. E mentre con felina precisione ha perseguito l’obiettivo di imbottire i bei cervelli australiani di odio verso il mondo islamico, con qualche ben mirata variazione sul tema dei rifugiati e dei matrimoni gay,  Mr. A. si proclama il paladino assoluto contro tutte le diversità in una nazione che è nata dalla diversità, cresce sulla diversità e si garantisce da vivere attraverso la diversità. 
Allora ecco che i rifugiati sono l’orripilante minaccia al lavoro, il mondo arabo alla pace e i matrimoni gay all’ordine. E il popolo resta il burattino imbambolato che crede alle ombre sollevate da macchinari di scena che a Canberra evidentemente sanno utilizzare bene, tanto quanto in Europa. 
Con uno colpo di reni il ministro dell’economia sottolinea l’urgenza di aumentare le tasse per accrescere il bilancio, nel frattempo nelle strade delle metropoli si eseguono raid a tappeto e, mentre Abbott preme per “sistemare” i rifugiati in apposite isole non australiane apparentemente disposte a farsene carico, la trasparenza della gestione va a farsi benedire. 
Tutti giù ad accusare il governo dell’eccessiva cura nei confronti dei rifugiati illegittimi richiedenti asilo mentre occorerebbe maggiore preoccupazione per la nazione. Ed ecco che il burattinaio ha vinto. Ha aizzato il popolo contro i rifugiati mentre con soddisfazione se ne liberava; ha accontentato i nazionalisti sollevando la minaccia islamica e attuando raid di rassicurazione; nel frattempo, preoccupandosi dell’economia del paese, ha proposto un aumento delle tasse con qualche taglio qui e lì indispensabile a finanziare l’impegno militare in Iraq (500 milioni di dollari all’anno, bruscolini!).
Chi si è fatto abbindolare offrendo le sue paure di carta alla miccia di Abbott adesso comincerà ad appoggiare una guerra che il mondo intero sta combattendo contro un’idea ingigantita sempre più attraverso la lente mediatica. Il paradiso felice, l’Eldorado oceanico diventa così il copia-incolla di una storia già vista. La prima torre a crollare sarà l’economia. Nessuna meraviglia se la Cina allunga il suo artiglio sull’isolone dei canguri! Il problema apparente resteranno “quelli che arrivano con i barconi” colpevoli di mangiare i dollari che spetterebbero invece all’australiano doc con tanto di cittadinanza; il resto degli immigrati continuerà a giocare il ruolo dei cricetini che fanno girare la ruota della moneta, continueranno a comprare, spendere e comprare e nel palazzone del governo il primo ministro, allisciandosi la sua cravattina azzurrina, si scambierà messaggi d’amore con Obama, sperando che anche la sua Australia sia parte del grandissimo piano mondiale per la vittoria del bene. In tutto questo gli australiani continueranno a lavorare a prezzi più bassi, a spendere di più per il cibo, a pagare una fortuna per l’elettricità e a fare prestiti per la sanità che intanto sarà ceduta a chissà quale società estera. Tutto questo per una guerra della quale, a quanto pare, Abbott vuole essere proprio parte. C’è seriamente da chiedersi, dietro tutto questo velo di dissimulazione, perchè???

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