Arthur Rimbaud, poeta veggente.


In un giorno come questo di 160 anni fa nelle Ardenne nasceva quello che sarebbe ben presto diventato il guastatore per eccellenza, Arthur Rimbaud. Era il 1854, figlio di un capitano dell’esercito e di una proprietaria terriera, Arthur visse i suoi primi anni nel provincialismo a cui sua madre lo relegò, approfondendo i classici e rivelando un precocissimo talento. Nel 1869 scrive la sua prima poesia, “Le strenne degli orfani”. Ben presto comincia a manifestare insofferenza verso ogni forma di istituzione: famiglia, scuola, patria e religione. Fugge di casa e si dirige a Parigi. Qui si darà ad una vita di totale ribellione. Si ciba di Baudelaire e occultismo, filosofia e anticlericalismo. È a Parigi che incontra il poeta Paul Verlaine con cui intreccia una relazione amorosa che scandalizzerà la Parigi letteraria.
Arthur Rimbaud ha solo 17 anni e vive una vita dissoluta fatta di poesia e provocazione. Il suo sodalizio col poeta Verlaine, che per lui abbandonerà moglie e figli, sancisce il periodo più prolifico durante il quale Rimbaud compone le sue opere migliori: “Ultimi versi”, “Una stagione all’inferno” e “Illuminazioni”.
Coin the table – Henry Fantin Latour (1872). In basso a sinistra Verlaine e Rimbaud
Nel 1873 Verlaine, sempre altalenante fra l’estro creativo e il seno di colpa borghese, abbandona il suo amante e con un’accusa di sodomia finisce in carcere. Rimbaud ha solo 19 anni e presto deciderà di non scrivere mai più per dedicarsi ai più strani mestieri. Parte per l’Africa, dove si dedica al contrabbando di armi. Colpito da sifilide, gli viene amputata una gamba. Tornato a Parigi sotto le cure di sua sorella Isabelle, muore il 10 ottobre del 1891 a 37 anni.
Rimbaud in Africa (1883)
La grandezza e il genio di Arthur Rimbaud sono la grandezza e il genio del poeta che è poeta nelle vene, nella carne. Vita e poesia per lui sono indissolubilmente legate. Nel maggio del 1871, mentre la guerra con la Prussia imperversa, Rimbaud scrive a Georges Izambard, che dirige la rivista “Le liberal du nord” dichiarandosi in sciopero e dichiarando di lavorare per diventare un “veggente”. “Adesso, mi intestardisco il più possibile. Perché? Voglio essere poeta, e lavoro per rendermi veggente: voi non ci capireste niente, ed io non saprei come spiegarvi. Si tratta di arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è colpa mia. È falso dire:Io penso: si dovrebbe dire mi si pensa. – Perdonate il gioco di parole.” 
Concetto che ribadisce anche nella lettera a Demeny del 15 maggio, ricordata come la Lettera del Veggente: «Il primo studio dell’uomo che voglia diventare poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la tenta, l’apprende. Dal momento che la conosce, deve coltivarla». 
Prima edizione di Una stagione all’inferno (1973)
Rimbaud visse la vita e la poesia con la dissolutezza del genio che lavora allo smantellamento della forma attraverso la moderazione degli strumenti stilistici tanto cari alla tradizione.  Identificò l’arte con il caos e la rivoluzione, cercando di andare al succo della vera esistenza attraverso la negazione di tutti i valori borghesi.
Fautore di una poesia oggettiva contro il soggettivismo tradizionale, Rimbaud persegue la ricerca dell’ignoto bruciando come un fuoco d’artificio e consacrandosi come il poeta maledetto per eccellenza.
Personalità impetuosa, slegato da ogni convenzione ottocentesca, Rimbaud attraversò la vita percorrendo il sentiero del genio, con la sperimentazione dei sensi. L’arte poetica fu mezzo attraverso cui instaurare con la realtà un rapporto basato sull’istinto e non mediato dalla razionalità. Sul piano formale questo si tradusse in una poetica dello straniamento, una poetica magica liberamente fluita da un poeta-veggente.
Dalla Lettera del Veggente a Paul Demeny del 15 maggio 1871. 
“Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa attraverso un lungo, immenso e ragionato sregolamento tutti i sensi. Tutte le by deAlster”>forme by deAlster\\\0022 “;”>http://cdncache-a.akamaihd.net/items/it/img/arrow-10x10.pngd’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all’ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste! Crepi pure nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti su cui l’altro si è accasciato!”(Leggi l’intera Lettera del Veggente).
  
Il Male
Mentre gli sputi rossi della mitraglia
sibilano senza posa nel cielo blu infinito;
scarlatti o verdi, accanto al re che li schernisce
crollano i battaglioni in massa in mezzo al fuoco,

mentre un’orrenda follia, una poltiglia
fumante fa di centomila uomini,
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba e nella gioia
tua, o natura! tu che santamente li creasti!

– C’è un dio che ride sulle tovaglie di damasco
degli altari, nell’incenso e nei grandi calici d’oro,
che s’addormenta cullato dagli Osanna,

– e si risveglia, quando madri chine
sulla loro angoscia, piangendo sotto i vecchi cappelli neri
gli danno un soldo legato nel loro fazzoletto.

 

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