René Burri e il suo Che Guevara

Questa sembra l’epoca del giro di boa, quella in cui tutto cambia velocemente, in cui grandi personalità si affermano senza riuscire davvero a rimpiazzare i giganti del Novecento, quelli che hanno fatto la storia e la cultura. E poi, anche se per abitudine ci riferiamo al Nvecento come allo scorso secolo, in realtà anche quelli della mia generazione lo sentono ancora come il nostro secolo. Il secolo in cui la guerra ci sembra ancora vicina, così come le rivoluzioni e le grandi svolte culturali. 
Tutti, a proprio modo, si sono portati nel nuovo millennio qualcosa di quel secolo, ammesso che questo passaggio di millennio abbia significato davvero girare la boa e cominciare a pensare al Novecento come allora si pensava all’Ottocento. 
Le iconografie abbondano, i grandi simboli, le canzoni più belle, i film migliori,  immagini significative e con loro i grandi artisti creatori di questi capolavori. Tra essi c’è Rene Burri, un nome che per molti non significa niente ma che firma una delle più celebri immagini del 900: Che Guevara con il sigaro.

Rene Burri si è spento oggi all’età di 81 anni ed è uno dei più grandi fotografi del secolo scorso, e di sempre.

Celebre per la foto del Che, Burri immortalò le più grandi celebrità del cinema, dell’arte, della politica, inaugurando la sua passione per la fotografia con uno scatto di Winston Churchill quando aveva 13 anni. Capace di fermare la realtà nella sua naturale posa, Burri per un periodo si interessò anche a ritrarre palazzi e metropoli i quali, attraverso la magia del tempo sospeso, prendevano vita e acquisivano una personalità nello sviluppo. Questa è stata la grandezza creativa di Rene Burri: catturare l’intensità nella naturalezza di un volto, di un’azione o anche di una semplice forma. Farne poesia e testimonianza. 
Fotografo completo, non catturò solo volti e celebrità, ma portò il suo “terzo occhio”, così come usava definirlo, nei campi di battaglia ingabbiando in pochi scatti le grandi e piccole tragedie, le nefandezze della guerra, riuscendo a cogliere le piccole vite nel grande quadro.
Innovatore con la vera anima del fotoreporter, Burri spogliò la realtà dei suoi abiti della festa contribuendo a trascinare la fotografia nel suo lato oscuro. Disse: “(…) Agli albori della fotografia ci si faceva fotografare con gli abiti della domenica: quando la fotografia e’ diventata “mobile“, e quindi piu’ aggressiva, ha cominciato a catturare i soggetti da un altro punto di vista, non sempre favorevole. (…)”.
Seguiva la realtà con l’occhio di chi vuole raccontare la verità, anche quella di un semplice volto, senza posa, con la straordinaria capacità di ritrarre la vita che scorre nelle grandi come nelle piccolissime cose.

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