Adriano Sofri sull’assasinio di Reyahneh


Sofri sull’assassinio di Reyahneh: “Ieri, quando l’hanno impiccata, Reyhaneh Jabbari era una donna di 26 anni. Ne aveva 19 quando colpì con un coltello da cucina il quarantasettenne Morteza Abdolali Sarbandi, medico e già impiegato dei servizi segreti iraniani. L’uomo, disse, l’aveva invitata a casa sua col pretesto di incaricarla dell’arredamento, e aveva cercato di usarle violenza. La condannarono a morte. Crebbe una campagna in sua difesa, in Iran e fuori: si denunciò che fosse stata isolata per mesi e torturata dopo l’arresto, per estorcerle la confessione; che non si fosse indagato sulla sua asserzione che un altro uomo era intervenuto sulla scena del delitto mentre lei fuggiva; che i giudici avessero rigettato la legittima difesa per un inveterato partito preso misogino –conosciamo la cosa. Si chiese un nuovo processo, finalmente rispettoso dei diritti dell’imputata. La mobilitazione ottenne solo una sequela di rinvii: Reyhaneh ha aspettato in cella per sette anni e mezzo, fino all’alba di ieri, quando il disgraziato figlio dell’ucciso ha dato un calcio allo sgabello sotto i piedi della ragazza. Intanto il suo volto, incorniciato dal velo d’obbligo, era diventato famigliare, come quello di Shahla Jahed e Sakineh e altre sventurate donne iraniane. Non solo il volto: nella fotografia ripubblicata dovunque ieri, Reyhaneh si difende al microfono in tribunale alzando le mani aperte, così che se ne intravvedono, e stringono il cuore, le unghie lunghe e curate.
Dunque l’orrore e il raccapriccio hanno percorso il mondo. Le autorità giudiziarie hanno ribadito la loro versione. E’ difficile crederle. E’ difficile trovare un altro movente all’atto di una ragazza che racconta di essere stata oggetto di un’aggressione sessuale, e per di più, una volta fuggita, chiamò un’ambulanza e stette ad aspettare. C’è un dettaglio che moltiplica il raccapriccio per questo omicidio che si vuole legale: la famiglia dell’uomo, e di conseguenza le autorità, in quel regime in cui vige la legge del taglione e la giustizia delle autorità pubbliche non si distingue dalla vendetta privata, avrebbero graziato Reyhaneh, alla condizione che ritrattasse la versione sul tentativo di violenza subito. La giovane ha rifiutato di farlo: dettaglio impressionante e risolutivo. Agli occhi dell’umanità, l’impiccagione di Reyhaneh dovrebbe costare al regime iraniano più di una battaglia perduta.
Ma appunto: l’Iran e le battaglie e la “guerra” in corso.
C’è la questione nucleare, c’è il contributo ufficioso di Teheran all’intervento della coalizione contro il sedicente Califfato, c’è la svolta “moderata” del presidente Rohani nei rapporti internazionali. La ragion politica –per non chiamarla più solo ragion di Stato, perché ormai sta al di qua e al di là delle dimensioni statali- suggerisce una morbidezza di modi nei confronti dell’Iran. La furbizia politica è pronta a offrirne anche la giustificazione: tutte le violazioni dei diritti umani che si moltiplicano dentro l’Iran, tutte le imprese terroristiche che l’Iran fomenta fuori, in favore di Bashar Assad in Siria o attraverso le milizie sciite in Iraq, vanno interpretate come manovre dei “duri” per mettere in difficoltà Rohani e il suo nuovo corso, e prepararne la liquidazione. Dunque, la comunità internazionale cosiddetta dovrebbe evitare di alzare troppo la voce contro le violazioni, per non favorire i cattivi contro il buono –o, almeno, il meno cattivo. Quando pretende di essere lungimirante, il cinismo diventa cretino. L’eventuale e plausibile dose di apertura nel governo di Rohani non può che essere liquidata, prima di fatto poi anche formalmente, dalla compiacenza nei confronti dei suoi rivali interni. Dall’elezione di Rohani, il numero di esecuzioni capitali è cresciuto rispetto a quello dei tempi di Ahmadinejad, che pure assicurava saldamente all’Iran il secondo posto nell’orrore, dopo l’inarrivabile Cina: con un dettaglio in più, che in Iran le esecuzioni sono uno spettacolo pubblico. Reyhaneh è la 967ma persona giustiziata dall’agosto dell’anno scorso, quando Rohani entrò in carica. Il suo ministro della giustizia, Mostafa Pour-Mohammadi, è sospettato dalle organizzazioni per i diritti umani come corresponsabile, nel 1988, dell’esecuzione di migliaia di detenuti, motivata dall’opportunità di alleviare l’affollamento delle carceri.
Nel giorno in cui è stata ammazzata Reyhaneh, è morta anche una delle donne, pressoché tutte sue coetanee, assaltate da farabutti in moto che le sfregiano con l’acido, a Isfahan, dove un’altra giovane ha perso la vista, e a Teheran. “Questioni private”, secondo le autorità, nonostante il numero delle aggressioni. In un certo senso hanno ragione, dal momento che anche la giustizia pubblica, come con Reyhaneh, si comporta alla stregua di una rivalsa privata. Qualche commentatore ha mostrato ieri sorpresa per l’ostinazione con cui si è voluto mettere a morte la giovane donna, “benché non fosse un caso di opposizione politica”. Equivocando, perché la questione di genere e il controllo sessuale stanno al cuore della teocrazia iraniana. Lo scorso 28 settembre era stato impiccato Mohser Amir-Aslani, 37 anni, colpevole di “eresia e oltraggio al profeta Giona”. Nel tentativo di aggiustare la motivazione, le autorità (smentite dalla famiglia) hanno sostenuto che l’uomo, che conduceva una lettura domestica del Corano, avrebbe avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio con sue seguaci… Una settimana fa il Majlis, il parlamento iraniano, ha votato a gran maggioranza una legge che incita i cittadini a denunciare e correggere i comportamenti che appaiano loro non appropriati alla legge islamica, così da concorrere alla “promozione della virtù e alla prevenzione del vizio”. Piove sul bagnato, dal momento che promozione di virtù e punizione del vizio sono già pratica comune di pasdaran e maschi di zelo, concordi nello scovare il vizio nella lunghezza dei chador o nella fuoruscita delle ciocche femminili. L’Iran non è solo questo, e anzi è probabilmente la società musulmana in cui più vivacemente, sotto la coperta bigotta e patriarcale, vive un’aspirazione alla libertà femminile e alla cultura. La durezza apparentemente irresponsabile di istituzioni e apparati semiprivati di giustizieri è al suo modo infame una misura di quella voglia di libertà”.

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