25 aprile. Insegniamo ai bambini la -r-esistenza. E’ proibito dimenticare il passato e farlo scontare al presente

25 aprile: una data e celebrazioni lungo tutto lo stivale.

I bambini di oggi imparano a memoria una poesia e segnano con una crocetta sul calendario un giorno di festa da scuola.

Ma non c’è vita in quella memoria che cantilena una storia. Non c’è una storia che si possa raccontare ai bambini di oggi abbellita di orgoglio e ripulita di amarezza riguardo quegli uomini, donne e bambini nascosti in buchi e aggrappati alla speranza di non essere visti mentre masticavano in bocca il silenzio, soffocando la paura. 

Pablo Neruda in una bellissima poesia intitolata È proibito scrive “È proibito dimenticare il passato e farlo scontare al presente.”


Ai bambini bisogna raccontare la verità. La memoria racchiude nella sua stessa ragione d’essere la necessità di tenere vivo, non il ricordo ma la consapevolezza di essere figli e nipoti di chi ha impugnato il coraggio per dimenticare di sopravvivere e finalmente cominciare a vivere.

La maestra, l’operaia, il contadino, i volti che facevano il paese anche quando un paese non c’era, quando non c’era la libertà. Ma la libertà bisogna prendersela giusto? È un atto di ribellione, di rivolta, di rivendicazione. È una giustizia che si fa da sè e proclama le sue stesse ragioni. È il popolo stesso che comprende se stesso, che finalmente realizza di essere l’anima di una terra e strappa le etichette, i proclami e si fa sordo al grido del più potente trovando in sè la forza per gridare più forte.

I partiti, gli schieramenti, i leader sono per convenzione figure predisposte alla gestione della democrazia – il governo del popolo – ma non c’è democrazia senza un popolo. E il popolo non lo fa nessuno se non il popolo stesso.

Raccontate ai bambini le storie della Resistenza e insegnategli cosa significa resistenza con la “r” minuscola affinchè non sia solo una parola in grassetto in un libro di scuola. Resistere non è una parola fine a se stessa. Significa stare, opporsi. Non c’è politica nel resistere, c’è prima di tutto consapevolezza, di se stessi, e buona volontà di prendersi la responsabilità delle proprie scelte.


Non raccontate ai bambini la Resistenza come si racconta una vecchia storia del passato ma raccontategli la resistenza che è una storia sempre viva perchè mette le sue radici nel concetto stesso dell’essere liberi, da qualsiasi tipo di schiavitù, territoriale, politica e mentale.

Rende liberi dall’indifferenza.


Antonio Gramsci ha scritto:



Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire conloro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della miaparte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917

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