Big Eyes di Tim Burton. Recensione

“It was like being in a bizzarre, captivating dream”

                                                           Tim Burton

big-eyes-movie-poster-e1423247928510Quando mesi fa si è cominciato a parlare dell’ultimo film di Tim Burton ero entusiasta.
Il genere, biografico, il soggetto, un’artista vissuta negli anni 60, e il regista, un grande come Tim Burton, hanno creato in me un’implacatura di aspettative che rararmente ho visto disattese.

Il film in questione è Big Eyes (2014) e racconta la storia di Margaret Keane, artista e moglie sciagurata di uno scellerato truffatore, Walter Keane, il quale fa credere al mondo intero che l’autore dei dipinti che raffigurano bambini con occhi grandi sia lui, conquistandosi riconoscimento internazionale e una fama indiscussa. È la storia della più grande frode artistica di tutti i tempi sullo sfondo dell’America degli anni 60.
Le opere di Margaret Keane, la quale fu poi riconosciuta come la vera autrice dei lavori al prezzo di un divorzio e diversi processi, raggiunsero una popolarità straordinaria diventando un vero e proprio fenomeno commerciale. Ovunque ci si voltasse se ne poteva ammirare uno, reso fruibile al grande pubblico grazie alla diffusione in copia stampata.
Lo stesso Tim Burton, ricordando la sua infanzia, ha dichiarato come fosse un vero fenomeno di massa. Stampe di Keane campeggiavano negli studi dentistici, in grandi magazzini, ovunque come grandi occhi inquietanti in perenne osservazione. Era come vivere in un sogno bizzarro – ha dichiarato.

Da qui l’idea del regista di cimentarsi per la seconda volta in un biopic dopo il successo di Ed Wood, la pellicola completamente girata in bianco e nero che aveva per protagonista questo incredibile quanto curioso regista ricordato per essere il peggiore di tutti i tempi.

Quando si è consapevoli della materia prima di fronte a cui ci si trova non è difficile crearsi solide aspettative di grandezza. E qui la materia prima non era da poco: Tim Burton – regista eccezionale – alle prese con una storia biografica incentrata su un’artista.
Il risultato però non ha fatto fatica a definirsi da sè già nelle primissime scene di un film che definirei totalmente sottotono.
Il film, a parte ricreare molto bene l’atmosfera di quei meravigliosi anni, non scava a fondo oltre ciò che dal lancio del primo trailer già sapevamo.
La presenza di attoroni come Amy Adams e Christoph Waltz, pur sommandosi alla pari grandezza della fama del regista, non fanno molto altro.
Sembra di trovarsi dinanzi ad una esecuzione didascalica che non vuole osare e si limita ad una narrazione pulita, quasi cronicistica di un evento realmente accaduto. La mano di Burton è assolutamente assente se non per piccolissime scelte registiche di poco conto e totalmente funzionali alla resa della fotografia.
Conosciamo il regista per il suo stile inconfondibile, deciso, senza mezzi termini e decisamente unico. In questo film Tim Burton invece sembra aver voluto non metterci del suo, deludendo un pubblico in attesa, come me, che invece si aspettava di godere di un’altra delle sue magie. Alla fine, mentre i titoli di cosa scorrono, viene già da chiedersi se la grande attesa creata intorno a questo film non rifletta un pochettino la stessa che rese celebre, ingiustamente, Walter Keane attraverso un’operazione di marketing che gioca sul gusto per la popolarità.
Verrebbe da dire, rieccheggiando un cliché di matrice scolastica , “Bravo ma poteva fare di più”.

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