Recensione di Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij

delitto-e-castigoEsiste un luogo comune per cui, con troppa faciloneria, si tende a generalizzare il valore e la qualità, perlomeno il tratto distintivo di qualcosa attribuendogli un timbro che ne riassumi le caratteristiche. Questo accade spesso con la letteratura russa, che amata da moltissimi, viene su un altro fronte liquidata come insostenibilmente lenta, pesante da smaltire e generalmente contraddistinta da opere lunghissime. È il vecchio timore del mattone che con superficilità porta a giudicare un libro dalla copertina, o in questo caso dal numero di pagine. Non è un segreto e c’è una innegabile verità che però non va a braccetto con la tendenza a lasciare tuttta una serie di romanzi sulla mensola più alta, quella non a portata di mano, per così dire.

E così arrivo a Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij, del quale fin ora non avevo letto nulla.

A mia discolpa confesso che da tempo ho stilato una lista comprendente tutti quei libri che per forza di cose, a prescindere da umore, periodo e curiosità, ho intenzione di leggere, tra questi anche Dostoevskij e Tolstoj, di cui ho letto l’anno scorso l’imprenscindibile Anna Karenina.

Ho letto Delitto e Castigo proprio adesso non tanto per una promessa fatta a me stessa ma per una promessa fatta a Memorie di una donna stressata, blog dietro cui si cela mia cugina, con la quale, in una delle nostre frequenti chiamate skype chiacchiericce, siamo finite a parlare di libri (ma che strano!!!!) e mi ha fatto promettere di leggerlo immediatamente appena avessi finito il romanzo che stavo leggendo al momento (Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, su cui spero di scrivere presto due parole).

Quindi finalmente ho letto questo meraviglioso romanzo che ho divorato in meno di una settimana e che mi ha lasciato in bilico tra la sensazione di aver perso tanto nel non averlo letto prima e la certezza che, per quanto si voglia equamente e con onestà intellettuale, non parteggiare per Tolstoj o Dostoevskij, per forza di cose, dopo averli letti emtrambi, si comincia ad essere di parte.

Ma andiamo per ordine.

La trama. Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un’afosa estate. Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio, dettato dall’ostilità sociale: quello premeditato di un’avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L’autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese e chiamato Rodion Romanovič Raskol’nikov, e il romanzo narra la preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.

Non è facile scrivere su un romanzo come Delitto e Castigo, il quale porta il segno nettissimo di una modernità che a suo tempo (pubblicato nel 1866) fece sicuramente scalpore. Una modernità che è sia stilistica e narrativa che di genere.

Scorrevolissimo nonostante il continuo intrecciarsi di piccole trame collaterali al personaggio centrale, l’opera di Dostoevskij vanta il pregio di affacciarsi all’avanguardia letteraria attraverso una mistura di generi tutti a loro modo imprescindibili a costruire la spina dorsale di un romanzo che è prima di ogni cosa psicologico. Da sfumature descrittive riconoscibili in un romanzo horror e la tensione tipica del giallo, si approda poi alle dinamiche narrative del romanzo sentimentale, che dà spazio all’espressione pura dell’amore, cercato, necessario, negato, tradito, passando per il romanzo sociale che qui trova voce attraverso una fortissima connotazione dei personaggi.

La sensazione è che in Delitto e Castigo non manchi nulla e che l’opera detenga il suo inestimabile valore grazie ad un equilibrato gioco delle parti tutte tendenti a definire il personaggio di Raskol’nikov, perno centrale e funzionale ad un’idea più grande, l’idea di definire la parabola della psicologia umana con onestà e senza buonismi di sorta.

Raskol’nikov vive il suo dramma privato in una lotta continua tra verità personale e convenzione sociale. È la lotta tra l’intima convinzione di un’inesistente differenza tra l’ignominiosa e premeditata crudeltà perpretata dal singolo in nome di un buon fine e la crudeltà istituzionalizzata perpetrata da chi detiene il potere. La riflessione sulla possibilità che a prevalere sia chi alza la testa e prende il potere eliminando dal suo percorso i cosiddetti “ostacoli” si intreccia poi con la conseguente questione della giustizia e del pentimento, il quale a sua volta presenta le due facce, quella privata e quella pubblica e pubblicamente accettabile. L’accettazione della sofferenza come castigo capace di redimere non distrugge, in Raskol’nikov, la sua innegabile verità, cioè che il pentimento non è la sola via possibile ma che ci sia la possibilità di un sentimento diverso, l’angoscia di aver fallito e l’accettazione della sofferenza per tale fallimento.

Personalmente, sebbene il concetto di pentimento cristiano abbia la sua parte in questo intricatissimo romanzo psicologico, non leggo un approdo di questa natura nell’intensissimo epilogo.

Sembra che tutto si riassumi in un assunto semplicissimo per cui è nell’animo stesso dell’uomo che si giochi la partita con la propria libertà. L’orgoglio perduto (per non essere stati capaci di farla finita) e l’accettazione della sofferenza (dunque il costituirsi e scontare la propria pena così come è socialmente e moralmente accettabile e logico) non sarebbero le uniche chiavi di volta per una efficace redenzione. L’unica possibile, per il nostro protagonista, è la catartica accettazione dell’amore.

5 pensieri su “Recensione di Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij

    1. Tante troppe cose ultimamente che mi hanno tenuta lontana. Spero di tornare presto. Intanto ho letto una vagonata di libri nel frattempo. Tornerò con uno di quelli. 😉

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