Perché voglio che mio figlio sia libero

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Avete mai pensato a quello che sareste potuto essere se, al tempo che a scegliere per voi era qualcun altro, fosse stato preso un percorso diverso?

Allora diventa chiaro che nasciamo con un rischio, già addebitato. Il rischio di non essere assecondati nelle proprie inclinazioni, per esempio.

E poi cresciamo, ci adeguiamo e continuiamo ad aderire a strade che non abbiamo potuto scegliere perché i bambini non possono farlo. I bambini possono piangere, possono gridare o intestardirsi ma per dovere di impartire disciplina i genitori impacchettano urla e ribellioni nell’armadio dei capricci.

È difficilissimo essere genitori. È complicatissimo guardare attraverso e decifrare una persona adulta, quello che diventerà un adulto, nelle fattezze di un bambino. Poi c’è tutta la storia dello sviluppo, della scuola, etc. Ma in fondo ogni bambino è una miniatura approssimata di quello che diventerà, per mezzo della sua maggiore o minore forza di perseverare, per mezzo della libertà che gli verrà concessa, per mezzo della scoperta di sé.

L’errore più grande che, da mamma, sento di poter compiere nei confronti di mio figlio è quello di proiettare su di lui le mie ambizioni, i miei desideri. Ma io sono sua madre, l’ho generato. Non sono lui. E vorrei che potesse imparare a conoscersi un po’ meglio di quanto mi conosco io, farlo più saggiamente, prima.

Vorrei potergli insegnare che anche le più piccole scelte condizionano il percorso di una vita. Che bisogna sbagliare per fare meglio e mai sperare che venga tutto bene al primo tentativo.

Vorrei che capisse che l’amore degli altri è importante ma che ancora di più lo è il rispetto che si ha di sé, la consapevolezza del proprio essere. Vorrei crescesse consapevole che un conto è piegarsi ma un altro è stravolgersi. Vorrei capisse che rimandare equivale a non fare più niente.

Vorrei che imparasse ad amare se stesso con misura. A credere nelle proprie capacità finché un giorno potrà sentirsi soddisfatto per un complimento ma non dipendere da esso.

Ma soprattutto vorrei avesse la possibilità di scegliere chi essere senza sentirsi ingabbiato in strade che non dipendono da lui.

Per questo voglio che sia libero.

2 pensieri su “Perché voglio che mio figlio sia libero

  1. Molto bello. Per essere dei bravi genitori bisogna essere sensibile verso l’esistenza e il tuo post descrive una prospettiva di capacità stupende.
    Trasmettere ai figli l’idea di realizzarsi, non richiuderli nelle illusioni e nelle costrizioni superflue, donarli strumenti necessari per affrontare questo mondo assurdo e in fine lasciarli sbagliare tanto, tanto 🙂

    Tra le mie pubblicazioni quotidiane esistenzialiste avevo condiviso una volta questo passo di Siddhartha, penso che sia molto adatto a questo tema.
    (Sei veramente benvenuta nell’unirti alle nostre discussioni quotidiane.)

    “Siddharta guardava a terra, colpito.
    Chiese a bassa voce: « Che cosa dovrei fare con il mio figlio, secondo te? ».
    Vasudeva parlò: « Riportalo in città, riportalo nella casa di sua madre: là ci saranno ancora servitori, affidalo a loro. E se non ce ne saranno più portalo a un maestro, non tanto perché studi, ma perché si trovi con altri ragazzi e ragazze, ed entri nel mondo che è suo. Non ci hai mai pensato? ».
    « Tu vedi dentro il mio cuore » disse Siddharta con tristezza. « Ci ho pensato spesso. Ma vedi, come posso affidarlo a quel mondo, lui, che è tutt’altro che un cuore mite? Non mi diventerà protervo, non si perderà nei piaceri e nel gusto della potenza, non ripeterà tutti gli errori di suo padre, non correrà forse il rischio di perdersi irrimediabilmente nella samsara? ».

    Il sorriso del barcaiolo si fece luminoso; egli toccò con dolcezza il braccio di Siddharta, e disse: « Ma su questo interroga il fiume, amico! Ascolta come ne ride! Dunque, tu credi proprio d’aver commesso le tue follie per risparmiarle a tuo figlio? E puoi forse proteggere tuo figlio dalla samsara? In che modo? Con la dottrina, con la preghiera, con le esortazioni? Caro mio, hai dunque interamente dimenticato quella storia, quella istruttiva storia di Siddharta, il figlio del Brahmino, che tu mi raccontasti proprio qui, in questo stesso posto? Chi ha protetto il Samana Siddharta dalla samsara, dal peccato, dall’avidità, dalla stoltezza? Forse l’hanno potuto proteggere la compunzione di suo padre, le esortazioni dei suoi maestri, la sua stessa dottrina, la sua stessa ansia di ricerca? Qual padre, qual maestro ha potuto proteggerlo da questa necessità di vivere egli stesso la sua vita, di caricarsi egli stesso la sua parte di colpe, di bere egli stesso l’amaro calice, di trovare egli stesso la sua via? Credi dunque, amico, che questa via qualcuno se la possa risparmiare? Forse il tuo figlioletto, perché tu gli vuoi bene, perché tu vorresti risparmiargli sofferenze, dolore, delusione? Ma anche se tu morissi per lui dieci volte, non potresti sollevarlo della più piccola particella del suo destino ».”

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