Vestivamo da superman – Bill Bryson

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Book #1 (Letture 2018)

Vi capita mai di prendere in mano un libro che desideravate leggere da tempo immemorabile e scoprirvi disinteressati dopo poche pagina?
A me è capitato, con grandissimo disappunto, con Vestivamo da Superman di Bill Bryson. Lo avevo cercato e lo avevo voluto per la sua ambientazione negli anni 50. Già pregustavo la soddisfazione di calarmi in una narrazione piacevole. Ahimè, non è stato proprio così. Ma voi non lasciatevi dissuadere.
A mia discolpa ho una serie variegata di attenuanti.
La prima, gli ormoni. Ero incinta al terzo trimestre. Deprecavo cose che avevo sempre amato e ne adoravo altre (v. i limoni) che in condizioni normali non apprezzo affatto.
Si vede che non ero sintonizzata.
Seconda attenuante, scarsa capacità a mantenere la stessa posizione per molto tempo, così come a mantenere l’attenzione più una vista calata di molto! Eh, quando si dice le gioie della gravidanza!
 
Ad ogni modo, non divaghiamo. Lo avevo cominciato a leggere e dopo alcune pagine lo avevo abbandonato preferendogli Purity di Franzen! L’ho ripreso quest’anno. Mi sembrava un buon modo per inaugurare le letture del 2018, prendendomi una rivincita e ricredendomi sicura del risultato. Effettivamente Vestivamo da Superman, titolo originale The Life and Times of the Thunderbolt Kid, è il libro che mi aspettavo.

Attraverso il punto di vista del sè ragazzino e poi adolescente, Bill Bryson restituisce al lettore uno spaccato veritiero, documentato e dettagliato di quel piccolo paradiso che era l’America negli anni 50. Il boom economico del dopoguerra, l’aura democratica di un consumismo concesso a tutti, la corsa all’acquisto dell’elettrodomestico più all’avanguardia fanno da sfondo ad un’infanzia che nelle parole dell’autore ha come parola chiave “stupore”.
Era lo stupore dell
 
a società americana che accoglie sempre più film fantascientifici dagli effetti spettacolari, che compete con la Russia per andare sulla Luna, che si interroga sull’esistenza degli ufo e che allo stesso tempo lascia giocare i suoi figli incustoditi in giardino. E’ l’era d’oro del fumetto, quando i supereroi diventano patinati e le supereroine più sexy. Sono gli anni in cui tutto sembra essere permesso, ma non solo, anche salutare. Persino le pubblicità delle sigarette dichiarano che fumare faccia bene. In fondo è l’era in cui tutti sono un po’ supereroi.
Il protagonista è egli stesso un super eroe, perlomeno crede di esserlo,
 
il ragazzo Folgore, che incenerisce il compagno di scuola antipatico e l’insegnante pedante. Nonostante l’io narrativo sia quello di un ragazzino, non c’è niente di infantile, noioso o retorico nel libro di Bryson. Ogni capitolo è introdotto da una notizia di cronaca dell’anno in cui il capitolo sarà ambientato, trovata che non solo cadenza la storicità degli eventi ma dà conto anche delle dinamiche, talvolta un po’ assurde, di una società che è in completo divenire, sulla strada dell’emancipazione della donna, la rivisitazione dei ruoli in famiglia, l’arrivo del rock and roll.
La Des Moines descritta dall’autore tratteggia un midwest perfettamente bilanciato tra le buone tradizioni e la galoppante modernità.
Gli anni 50 sono stati anni irripetibili e Bryson ce li racconta con un sentimentalismo tutto biografico e una nostalgia che solo chi è venuto dagli anni 50 può raccontare.
La bellezza di questo romanzo, che non si prende mai troppo sul serio ma che è pur biografico, sta nel suo essere una finestra privilegiata sugli anni d’oro americani perchè aperta dalle mani di un bambino.
Immaginate cosa dev’essere stato in generale vivere i famosi 50s e poi provate a figurarvi cosa deve essere stato viverli per un bambino in piena scoperta di sè e del mondo. Un viaggio fantastico. Proprio un viaggio da ragazzo Folgore.

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