Cari Mostri – Stefano Benni

Il quarto libro che ho letto quest’anno è ancora una volta uno di quei libri che avevo acquistato e accantonato l’anno scorso.

Sto parlando di Cari mostri di Stefano Benni, un autore che apprezzo particolarmente perché mi regala sempre l’effetto sorpresa senza mai deludere però ciò che mi aspetto dalla sua penna.

Non è andata esattamente così per questa raccolta di racconti pubblicata in prima edizione da Feltrinelli nel 2015.

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Titolo: Cari mostri

Autore: Stefano Benni

Edizione: Universale Economica Feltrinelli, 2016

247 pagine

Struttura dell’opera: raccolta di 25 racconti di genere horror e umoristico che hanno come comune denominatore temi mitici, leggende e mostri della tradizione rivisitati in chiave ironica e satirica.

Recensione

La lettura di Cari mostri parte, sulle prime, un po’ a rilento per poi assestarsi su ritmi differenti. Racconti più strutturati si alternano ad altri più immediati e il lettore è così trasportato su e giù su un’altalena che non lascia il tempo di assaporare a pieno quello che ha appena finito di leggere che già vola verso altri mondi, altre epoche, altri “mostri”.

Questa varietà è però anche il segno distintivo e qualificante di questa raccolta, la quale trasmette, in alcuni passaggi, l’urgenza del raccontare, ma anche di compilare, per così dire, un catalogo variegato di mostruosità rivisitate in chiave moderna.

La penna satirica e tagliente di Benni e il suo umorismo rimodellano i vecchi “cari mostri” (per l’appunto), come Nosferatu per esempio, e nuovi mostri come il Wenge, protagonista del primo racconto, alla luce di quelle che io ho interpretato come le “mostruosità” della vita moderna. Il Nosferatti benniano è perseguitato come evasore totale da un impiegato Equitalia, mentre il Wenge si fa incarnazione ed esecutore dei desideri di odio del suo padrone.

La critica sociale, che a più riprese emerge dalla narrazione, è accompagnata costantemente da un’ironia rassegnata. Come a dire che “non ci resta che riderne”. E’ l’ironia amara che è consapevole di quanto mostruosa sia la natura umana, a ben vedere più mostruosa dei “cari mostri” dell’infanzia. Benni non tralascia l’aspra critica alla disumanizzazione dell’essere umano il quale è sempre più spersonalizzato nella sua identificazione con la tecnologia.

Miti e leggende, come in Reset e in Il lampay, restano una costante sebbene anche qui lo spirito benniano si dichiari apertamente in finali a sorpresa e dialoghi esilaranti. Ho particolarmente apprezzato quei racconti che iniziando in medias res hanno rivelato solo alla fine la notorietà del loro protagonista.

La lettura della raccolta è proseguita in maniera abbastanza spedita fino alla fine quando, dopo aver gioito per il penultimo e il terzultimo racconto, sono inciampata malamente nell’ultimo. Ecco, se proprio devo muovere una critica è questa: sebbene si tratti di una raccolta di racconti, che per quanto siano autonomi sono comunque legati da un filo comune, è importante che l’equilibrio di insieme non si sbilanci inutilmente. Alla fine poi!

Il terzultimo racconto, L’uomo dei quadri, è stato per me un piccolo gioiellino. Un omaggio ai racconti del terrore. (Non dico altro perchè rovinerei tutto). Vi lascio solo una piccola citazione

Non esistono piccole paure. La paura è una grande passione, se è vera deve essere smisurata e crescente. Di paura si deve morire. Il resto sono piccoli turbamenti, spaventi da salotto, schizzi di sangue da pulire con un fazzolettino. L’abisso non ha comodi gradini.

Il penultimo, invece, La storia della strega Charlotte, in perfetta chiave benniana, sarebbe stato un eccellente manifesto dell’intera raccolta se solo fosse stato l’ultimo racconto. Sarebbe potuto essere il manifesto benniano del racconto horror moderno, figlio del suo tempo. Quel racconto che gira intorno a se stesso, che si autoalimenta dell’attesa, che prepara i lettori a cose mostruose, che è costruito da una iperaggettivazione ridondante, capace di superare i limiti della lingua e che pure è efficace.

Se solo Benni lo avesse posto alla fine del suo libro. Invece no. Dopo averci lasciato stampato in viso un sorriso consapevole, Benni ci spinge un poco oltre, verso un nuovo mito che, per quello che mi riguarda, ha rotto la magia delle ultime pagine lasciandomi  l’amaro in bocca.

 

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