[Book] Le pietre verbali di Maria Corti

9788806160357_0_0_300_75Titolo: Le pietre verbali

Autore: Maria Corti

Editore: Einaudi

Collana: I coralli

Anno edizione: 2001

Pagine: 124 p.

Dalla quarta di copertina: Nella Milano nebbiosa del ’66-67 iniza ad aleggiare un sogno collettivo, un sogno di rivoluzione, che si esprime nell’uso irriverente e innovativo del linguaggio studentesco. Comincia da qui il nuovo romanzo di Maria Corti. Rilettura lirica e insieme puntuale del Sessantotto, messo a fuoco a partire dalle potenzialità sovversive dell’immaginazione giovanile. Una stagione breve in cui creatività e ribellione sono andate di pari passo. Prima che il burocratese della politica cancellasse la spontaneità dei gerghi.

Recensione: ho trovato questo libro per caso, durante una spedizione in camera di mio cognato, il quale ha molti libri che spesso e volentieri trafugo in cerca di “nuove proposte”.

Ho deciso di leggerlo attratta dal periodo storico che analizza. Quindi, fosse stato anche un trattato o un saggio storico lo avrei letto comunque. Ma quello che sorprende di Le pietre verbali è che si tratti proprio di un romanzo, nonostante anche il titolo rimandi più che altro ad un genere diverso. A me ha fatto pensare, per esempio, ad una pubblicazione accademica.

Il libro è suddiviso in due parti. La prima parte che ambienta la narrazione nel 1967 nel liceo Beccaria di Milano e acquisisce il punto di vista del professor Casati. Ed una seconda parte invece ambientata a Pavia, temporalmente a seguire, e che aderisce al punto di vista della docente di letteratura italiana dell’università di Pavia, Marta Torci.

Per capire meglio questo romanzo e per non restare spiazzati, come è capitato a me durante le prime pagine, occorre dare uno sguardo al profilo biografico dell’autrice.

Maria Corti (1915-2002) è stata una delle figure centrali della cultura del Novecento: critica, filologa, teorica della letteratura, narratrice. Maria Corti insegnò dapprima ai licei; ottenuta la cattedra di Storia della Lingua Italiana all’Università di Pavia, nel 1972 creò il Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei, a cui si collega la rivista “Autografo” da lei fondata. Collaborò anche ad altre riviste, quotidiani e ad iniziative editoriali.
È stata membro delle Accademie della Crusca, di Brera  e dell’Arcadia; è ricordata anche all’estero per la sua instancabile attività di critica stilistico-letteraria. Alla sua costante attività di studiosa e critica si intrecciò quella di scrittrice e di coraggiosa sperimentatrice di diversi registri narrativi. (da letteratura.it)

Si noti come entrambi i professori, Casati e Marta Torci, rappresentino l’alter ego della scrittrice, la quale a ben vedere si configura come testimone diretta di quello sconvolgimento, culturale, storico e linguistico che interessò gli anni 1967 e 1968. La forma mentis dell’autrice emerge da ogni singola pagina conferendo alla narrazione uno stile più didascalico che altro. E sebbene non si possa negare che ci si trovi dinanzi ad un’opera di narrativa, bisogna ammettere che alcune parti, soprattutto le pagine iniziali delle due parti in cui il libro è suddiviso assumono le sembianze di mere introduzioni,

I passaggi descrittivi, in cui l’autrice contestualizza gli eventi sono carichi di citazioni filologiche ed etimologiche che se da un lato danno al testo una profondità impareggiabile e puntuale, dall’altro sacrificano la magia del romanzo, la narrazione e la scorrevolezza del racconto.

Per esempio, nella parte seconda, l’autrice, inserisce un paragrafo intitolato Il Sessantotto pavese, in cui si dilunga sulla descrizione di Pavia.

“Pavia è, per così dire, posata sulla pianura padana, ne ha i colori, dal ruggine delle foglie autunnali che ritrovi nel cotto delle vecchie case al verde cupo, al giallo dei suoi intonaci. 〈….〉 E’ singolare che la città dal nome Ticinum, ancora ufficiale in età longobarda, ad un certo momento della storia prenda il nome di Pavia con quell’ambiguo accento. Dall’esame delle monete l’epoca del cambio sarebbe quella della fine del dominio longobardo e dell’inizio di quello carolingio, a data 774.” (p.70)

In questi passaggi si avverte quasi l’impossibilità di non dilungarsi pena il rischio di non contestualizzare a sufficienza. Ma soprattutto si avverte quanto l’autrice fosse un’accademica meticolosa.

Durante la lettura dell’opera della Corti, mi sono spesso fermata a riflettere sul motivo per cui abbia deciso di intitolarla Le pietre verbali, come se la rivoluzione linguistica fosse stata la matrice di quella culturale, o viceversa.

In realtà, poi, le pietre verbali della Corti non sono altro che quegli strumenti di lotta, una lotta che si autodefiniva pacifica, che per l’appunto faceva affidamento su un tipo di linguaggio nuovo. Neologismi, nuovi sintagmi e concetti ereditati dai movimenti oltreoceano, fecero irruzione nella comunicazione verbale degli studenti sessantottini, i quali diedero vita ad un movimento che delle parole faceva la propria bandiera. Le opposizioni più evidenti, che la scrittrice sottolinea minuziosamente, sono quelle tra passato e futuro e tra razionalità e immaginazione. I giovani sessantottini rappresentarono la spinta volta al futuro a cui si contrapponeva lo sguardo razionale e volto al passato del corpo docente, della classe borghese e del sistema tutto. La Corti suggerisce che la grande forza del Sessantotto fu il potere immaginifico di un’intera generazione, in grado di coinvolgere anche buona parte degli insegnanti, “i simpatizzanti”, i quali ritenevano non si trattasse di una rivoluzione politica ma appunto dell’immaginazione.

Per tornare al potere delle parole, l’emblema del Movimento pavese furono i tatzebao, manifesti affissi per le strade e nei cortili dell’università che ospitavano le massime del movimento. Sono quelli che l’autrice definisce “la versione culturale dell’attivismo pavese, il suo radicalismo, non ideologico ma culturale”.

La scrittura della Corti è una scrittura che travalica ogni tipo di genere letterario, e per quanto quest’opera sia ascrivibile al genere romanzo, è in realtà qualcosa in più. Un essere ibrido tra romanzo e saggio. Un genere nuovo capace di raccontare un Movimento complesso come quello del Sessantotto.

L’autrice lo dichiara attraverso il personaggio di Marta Torci:

Marta Torci è intimidita dall’idea che le è venuta e dalla propria inadeguatezza. Scrivere è una faccenda molto strana. Se si pensa troppo si finisce per non scrivere. 〈…〉 Anche narrare con la dovuta brevità la contestazione studentesca è un evitare di essere nulla. 〈…〉 Ma sono successe troppe cose contemporaneamente e non c’è stato quasi mai un deciso prima e un deciso dopo, per cui il tempo narrativo le si configura inadeguato”. (p.121)

Il Movimento del Sessantotto fu una folata di vento velocissima che pur ha lasciato un segno indelebile nella storia del nostro paese, nonostante sia stato liquidato come un fallimento politico. La contestazione studentesca non fu veramente un movimento politico. Si identificò, per alcuni versi, con la lotta operaia e con la rivendicazione di classe ma non si esaurì in questo. Soprattutto non nacque da questo.

Ce lo racconta degnamente Maria Corti in questo libro che consiglio a chiunque voglia farsi un’idea del Movimento studentesco da un punto di vista interno.

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