(Film) mother! di Darren Aronofsky

NO SPOILS/NO TRAMA/ UNO SGUARDO APERTO SULL’OPERA D’ARTE DI DARREN ARONOFSKY

24mother-combo-articlelarge
Titolo: mother! 

Titolo italiano: madre! 

Regia: Darren Aronofsky  

Sceneggiatura: Darren Aronofsky / Fotografia: Matthew Libatique / Montaggio: Andrew Weisblum / Scenografia: Philip Messina 

Interpreti: Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris, Michelle Pfeiffer 

Produzione: Protozoa Pictures – Day 6 Film Productions 

Distribuzione: Twentieth Century Fox Italy 

Paese: USA, 2017 / Durata: 120 minuti

Uscito nelle sale italiane il 28 settembre 2017, l’ultima pellicola di Darren Aronofsky (Requiem for a dream, Il cigno nero) si è subito guadagnata dissensi.

Accolta con freddezza al Festival di Toronto, alla Mostra di Venezia è stata addirittura apertamente fischiata. Congiuntamente, pubblico e critica (quasi tutta la critica) hanno decretato il fallimento dell’ultima fatica del regista.

Aronofsky ha dichiarato di essere rimasto segnato dal clima di indifferenza nei confronti dei legami rappresentati nel suo film e ha ribadito la sua formazione cinematografica, in merito alle accuse di aver troppo occhieggiato a Rosemary’s baby.

mother212017Che il cinema di Darren Aronofsky sia un cinema visionario, è un fatto ben chiaro. Non si capisce come mai l’ultimo lavoro abbia infastidito così tanto pubblico e critica, avezzi, come si è visto, a paroloni giudicanti e a definizioni classificanti oltre le quali pare non ci sia spazio di legittimazione.

Io ho trovato mother! un capolavoro.

No, non è un errore di battitura. Già il titolo è tutto un programma.

La lettera minuscola appare già una dichiarazione di intenti. Da un lato la decostruzione delle grammatiche, anche stilistiche e dall’altro un ridimensionamento delle “stature” dei personaggi.
Aronofsky, alla domanda sul perchè della lettera minuscola, ha risposto di guardare i titoli di coda: ogni personaggio non presenta lettera maiuscola tranne uno. Questa scelta spiega molto dell’impianto del film. Così come anche il fatto che nessuno dei personaggi abbia un nome proprio.

“Il mio lavoro più punk” – così lo ha definito il regista. E in effetti mother! è punk. Del punk ha il caos. Un caos che non ho trovato mai immotivato, fuori luogo o improvvisato. Perché se c’è una cosa che mi è risultata subito evidente è che il film è la realizzazione di un progetto precississimo, sebbene il regista abbia dichiarato di aver buttato giù la sceneggiatura iniziale in soli cinque giorni.

Ogni elemento appare calibrato in rispondenza ad una scelta stilistica pensata fino al più minuscolo particolare. Ecco perché non mi spiego che sia stato ampiamente definito casuale, banale e prevedibile.

Ai toni sommessi della recitazione di lei, si alternano effetti sonori non perfettamente “naturali” rispetto alla loro fonte bensi accentuati, esaltati e allo stesso modo isolati rispetto al resto, come a voler rappresentare dei segni di interpunzione nella narrazione filmica.



Il ritmo, in un crescendo che mima le commedie dell’assurdo, asseconda un impianto che ha molto delle messe in scene teatrali. Tanto per cominciare l’ambientazione unica in una casa, che è allo stesso tempo set e palcoscenico, un palcoscenico in cui si avvicendano gli eventi. Nella parte finale del film, quando la protagonista è sballottata in un delirio di guerra, assedio e terrore, si ha la sensazione di trovarsi su un palcoscenico mobile circolare che roteando mostra le diverse facce della stessa immane tragedia. Anche il continuo piroettare della telecamera da una stanza all’altra della casa  fa pensare ai tentativi teatrali avanguardisti di rinnovare la commedia (“Per rinnovare la commedia occorre rinnovare il palcoscenico” – sosteneva Anton Giulio Bragaglia).

La prima sensazione che ho provato guardando mother! è stata quella di trovarmi dinanzi ad un dramma umano che attraverso il ricorso al grottesco e all’assurdo si emancipa dall’essere solo umano, di una coppia e nel suo evolversi abbraccia il mondo circostante. Come di una cosa piccola che a furia di roteare diventa gigante.

In realtà poi ogni cosa, trasfiguarata proprio sotto la lente dell’assurdo, acquista un suo significato preciso e allo stesso tempo aperto.

Mother! infatti è una storia raccontata per simboli che delinea uno scenario onirico ed è aperto a più di una interpretazione.

La prima: è la storia di un artista che è frammentato tra il senso di protezione verso la sua arte, il suo bisogno di assecondare la sua ispirazione e proteggerla e la necessità, tutta umana e poco artistica, di piacere al pubblico, di essere acclamato, cercato e ammirato,

La seconda: è l’allegoria delle “vicende” di madre Natura, della Terra degradata dalla violenza e dalla spregiudicatezza dell’essere umano.

La terza: è la storia dell’uomo filtrata dall’allegoria biblica.

Tutte e tre le interpretazioni sono non solo sovrapponibili ma anche integrate tra di loro senza che nessuna delle tre prevalga.

Mother, la protagonista femminile, è allo stesso tempo Madre Natura, la Musa e la Vergine Maria. Colei che accoglie, che si prende cura della casa, che la governa e la ristruttura. E’ colei che “venera” il suo lui, che agogna di generare un figlio. E’ la forza creatrice, è l’ispirazione e la Musa del suo artista.

L’allegoria biblica non passa mai in secondo piano e bisogna ammettere che ci sono delle finezze stilistiche che se da un lato restano fedeli ad un tipo di rappresentazione di stampo teatrale ammiccanti all’assurdo, dall’altro interpretano alla lettera il racconto della Genesi attraverso l’uso di un simbolismo non poco celato.

Per questo film, più che per molti altri, non ho nessuna intenzione di creare spoils che possano rovinare il gusto di assaporarlo in ogni scena. E mi sembra doveroso sottolineare che se le disquisizioni sulle molteplici interpretazioni non sono un mistero (se ne è parlato e straparlato) resta però un mistero il motivo per cui il film abbia suscitato tanto disappunto. E’ d’obbligo che sia ognuno di voi a scoprirne la trama via facendo e a decifrarne i simboli.

S’, perchè mother! è un po’ come un gioco ad incastro che lascia spiazzati, che fa perdere l’equilibrio e che, in alcuni passaggi, ubriaca lo spettatore di simboli ma ha un grande pregio, quello di restare comunque un film su un uomo e una donna innamorati che abitano in una casa in cui si svolge la loro vita.

Per quello che mi riguarda, il film di Aronofsky è tutte queste cose ma è anche l’emblema stesso del suo esistere, del suo essere stato girato. E’ un ritorno alla purezza dell’arte che resta fedele a sè stessa e non crea in aderenza a standard preconfezionati. Traslitterato, è l’emblema della natura che resta fedele a sè stessa e si rigenera.

La stessa coicidenza tra l’inizio e la fine del film ne è la dimostrazione, a sottolineare il concetto di ciclicità.

Il segno stilistico di Aronofsky è contraddistinto da uno sguardo visionario che sparpaglia i confini e li rimescola sotto le luci del set cinematografico allo stesso modo del surrealismo, che scomponeva la linearità narrativa favorendo la ricomposizione di un tipo di linguaggio in grado di veicolare un messaggio altro. Scomponendo la grammatica canonica della narrazione cinematografica, Aronofsky sperimenta un surrealismo moderno che utilizza la forza trasgressiva delle immagini per raccontare una storia antichissima, quanto l’uomo. E lo fa inserendo un media antico all’interno di uno modernissimo: il simbolo, il segno, l’immagine, con i quali si raccontava la storia biblica e la storia del mondo al popolo, all’interno del cinema con cui si racconta la storia per immagini nell’epoca moderna.

5acce80bffd50b9adc61f8224c61c6d48e8dea47

Ci sarebbe molto altro da dire su quella che è tutt’altro una trovata prevedibile del regista de Il cigno nero. Per esempio, ci sarebbe una lunga lista di citazioni e rimandi tanto da poter davvero indire una “caccia al simbolo”.

Quello che però ritengo occorra ammettere è che il valore artistico di un’opera d’arte non sia definito dalla maggiore o minore aderenza ad un genere. Già abbastanza assurdo che sia ritenuto fondamentale rinchiudere ogni produzione in una definizione di genere. Per mother! si è parlato di horror psicologico o di thriller psicologico.

Se una classificazione di genere è congeniale ad una cernita nell’infinita quantità di produzioni, cinematografiche e non, è contemporaneamente del tutto controproducente al lavoro d’arte che non dovrebbe essere legittimato per aver soddisfatto un genere ma per il suo effettivo valore artistico.

E’ l’opera che delinea un genere e non viceversa altrimenti significherebbe che l’arte viene prodotta in serie e che l’artista non è più libero di manovrare i linguaggi per creare dal niente.

Sono convinta di quello che dico quando affermo che mother! di Aronofsky è un’opera d’arte pura, perchè parla più linguaggi e incarna proprio la purezza dell’arte che ha come prerogativa quella di non essere sempre capita da tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...