(Film) The Shape of Water di Guillermo del Toro. Leone d’oro a Venezia e 13 nomination agli Oscar.

 

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DATA USCITA: 

GENERE: Drammatico, Fantasy, Sentimentale

ANNO: 2017

REGIA: Guillermo del Toro

ATTORI: Sally Hawkins, Octavia Spencer, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, David Hewlett, Nigel Bennett, Nick Searcy, Martin Roach, Lauren Lee Smith, Allegra Fulton, John Kapelos, Morgan Kelly, Marvin Kaye, Wendy Lyon

PAESE: USA

DURATA: 123 Min

DISTRIBUZIONE: 20th Century Fox

TRAMA: Elisa, giovane donna muta, lavora in un laboratorio scientifico di Baltimora dove gli americani combattono la guerra fredda. Impiegata come donna delle pulizie, Elisa è legata da profonda amicizia a Zelda, collega afroamericana che lotta per i suoi diritti dentro il matrimonio e la società, e Giles, vicino di casa omosessuale, discriminato sul lavoro. Diversi in un mondo di mostri dall’aspetto rassicurante, scoprono che in laboratorio (soprav)vive in cattività una creatura anfibia di grande intelligenza e sensibilità. A rivelarle è Elisa. Condannata al silenzio e alla solitudine, si innamora ricambiata di quel mistero capace di vivere tra acqua e aria.


 

Guillermo del Toro approda a Los Angeles non certo a mani vuote. Il Leone d’Oro a Venezia e 13 nomination agli Academy Awards lasciano pensare che The shape of Water sia tra i favoriti, se non il favoritissimo.

La forma dell’acqua trascina lo spettatore a piene mani all’interno di una fiaba romantica con raffinatezze stilistiche capaci di trasformare lo schermo in un grande acquario paludoso, quello in cui vive The Asset, la risorsa, l’anfibio di cui la donna delle pulizie Elisa si innamora inesorabilmente.

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Il mondo disegnato dal regista messicano si appoggia alla Storia e al luogo dell’America postbellica solo per poi scivolare in prospettive completamente green.

In un dialogo, all’inizio del film, del Toro fa dire , infatti,ad uno dei personaggi (il quale suggerisce a Giles di modificare il colore dello sfondo del disegno da lui realizzato per una pubblicità da rosso a verde) “il futuro è verde”. E’ un presagio, una dichiarazione, un’allusione. Il dramma romantico di Elisa e dell’uomo-pesce è la favola liquida di due outsider che vivono nelle loro rispettive paludi, muta lei da quando in culla, misteriosamente, le tagliarono le corde vocali, mostro lui, prelevato con la forza dall’Amazzonia (dove era venerato come una divinità) per essere ridotto in catene nella corsa americana contro la Russia.

Nonostante la delicatezza di questo amore che parla la stessa lingua, del Toro mantiene intatta quella mostruosità che pur appartiene alla sua creatura e a questa pellicola che presenta tanti risvolti stilistici. Dita mozzate, gattini divorati, il mostro di The shape of water ha un istinto che si placa solo dinanzi all’amore. Non disdegna nemmeno una scena di sesso, a metà strada tra il magico e l’ironico, che se da un lato umanizza l’anfibio dall’altro accenna alla trasformazione di Elisa.

La forma dell’acqua, oltre ad essere un bel film fiabesco su una bestia che incontra la sua bella è anche, secondo me prima di tutto, un omaggio al cinema stesso. Il cinema è non solo il filo rosso che fornisce al regista tutta una serie di riferimenti che si snodano nel corso del girato, ma anche il luogo fisico su cui la vicenda è edificata . Elisa e Giles abitano, infatti, su un vecchio cinema poco frequentato, l’Orpheum, in cui l’anfibio andrà addirittura a rifugiarsi dopo essere fuggito da casa di Elisa.

 

Il grande mito del cinema classico hollywoodiano traspare da ogni singola sequenza di questa che vuole essere sì una storia d’amore, ma più che altro la storia dell’amore per il Cinema stesso. La vita dei personaggi è scandita dalla necessità di un sogno che si incarna in piccole televisioni che trasmettono classici, musical, film con Shirley Temple e che diventano telecamere che sorvegliano all’interno della fabbrica in cui Elisa e Zelda lavorano. Ancora una volta è lo schermo ad essere il tramite, il filtro di tutte le passioni. Allo stesso modo dello schermo vitreo che separa l’anfibio ed Elisa durante il loro primo incontro.

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Tutto il film sembra rieccheggiare un amore per un’epoca, gli anni 60, che sebbene qui sbiadiscano nell’atmosfera sognante della principessa senza voce e del suo amore per l’anfibio, restano ben saldi lì, filtrati attraverso il culto della Cadillac (che qui non è guidata dal buon padre di famiglia ma da un uomo malvagio e sconsiderato), l’odio razziale, la corsa allo spazio, il cinema del passato e il sogno americano di vivere un’epoca d’oro. Anche il modo in cui l’uomo-pesce è costruito e pensato dal regista spinge verso modelli cinematografici più che verso criteri di verosimiglianza.

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Quello che in The shape of water, pur avendolo trovato magnifico, non convince moltissimo è la sensazione, soprattutto all’inizio del film, di guardare qualcosa di già visto. Io ho pensato subito a Il favoloso mondo di Amelie per poi scoprire che proprio il regista di quest’ultimo, Jean-Pierre Jeunet, ha accusato il regista di plagio ma in riferimento ad un altro suo film, Delicatessen del 1991.

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La scena incriminata è quella in cui l’anziano Giles (Richard Jenkins) e la protagonista, la sua amica Elisa (Sally Hawkins), seduti su un divano guardano in tv un vecchio film con Betty Grable e ne imitano i passi di danza. In quella che Jeunet sostiene essere stata copiata, Dominique Pinon e Karin Viard, seduti su un letto, ne testano la comodità facendo “suonare” le molle al ritmo della musica che viene da un film alla tv.

Guillermo del Toro si è limitato a non replicare.

Quel che rimane dopo aver visto questa pellicola è l’alone della fiaba, una fiaba che non solo parla un linguaggio diverso, ma parla il linguaggio del ‘diverso’ quando in America essere diverso non era facile. Tutti i personaggi sono dei ‘diversi’. Lo è la protagonista che è muta. Lo è Zelda che è di colore. Lo è Giles che è omosessuale. Lo è Dimitri che finge di essere americano ma è russo. Lo è Strickland che vive nel suo piccolo mondo, nella sua terra ristretta, di severità e disciplina ma in fondo è un perverso. Lo è The Asset che è un anfibio ma è più umano di quello che possa sembrare.

The shape of water non è solo una fiaba ma è una poesia anni 60, una poesia che dà forma, una diversa forma a tutte le cose, traformandole e rovesciandole.

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A porre il sigillo sulla poetica di questa fiaba post bellica, i versi finali:

Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque

 

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