[Film] Wilson di Craig Johnson

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Titolo OriginaleWILSON

Regia: Craig Johnson

Interpreti: Woody Harrelson, Judy Greer, Laura Dern, Cheryl Hines, Isabella Amara, Margo Martindale, Shaun Brown, David Warshofsky, Tom Proctor, James Saito, Bruce Bohne, Mary Lynn Rajskub

Durata: h 1.34
Nazionalità:  USA 2017 
Genere: commedia
Al cinema nell'Aprile 2017

TRAMA: Woody Harrelson è Wilson, un uomo di mezza età, solitario ai limiti della misantropia, ossessivo e nevrotico ma anche onesto e divertente, che scopre di avere una figlia, ormai teenager, di cui non conosceva l’esistenza. Nel suo modo bizzarro e un po’ contorto, con l’aiuto della ex moglie (Laura Dern), cerca di trovare dei punti di contatto con lei.


 

Wilson è una commedia del 2017 firmata Craig Johnson e tratta dall’omonima graphic novel del pluripremiato disegnatore americano Daniel Clowes.

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Interpretato da Woody Harrelson, il quale domina lo schermo con uno charme molto poco alla Harrelson e davvero tanto alla Wilson, il protagonista di questa pellicola strascica da un luogo all’altro portando con sé il peso dei suoi anni, il fallimento del non aver concluso niente e la solitudine di essere rimasto solo al mondo, fino a quando non scopre di non essere realmente solo al mondo e decide di riallacciare i rapporti con la sua ex moglie, la quale in quanto a stranezza non è da meno. Una coppia ben assortita insomma che, a quanto poi si scopre, ha anche generato una figlia data in adozione alla nascita e di cui Wilson non era al corrente.

Esilarante ed emozionante la scena in cui Wilson, alla delusione iniziale di aver scoperto solo dopo 17 anni di avere una figlia, inizia a saltare sul letto esultando e gridando “sono padre, sono padre”. La semplicità della sfera emotiva di un personaggio come quello partorito dalla matita di Daniel Clowes, il quale ha curato anche la sceneggiatura per Johnson, è pari ad un pugno in un occhio, disarmante e allo stesso tempo divertente.

Momenti di ilarità si avvicendano per tutto il film lasciando spazio a piccoli spiragli dai quali fa capolino la parte razionale di Wilson, quella che riconosce che probabilmente non è mai cresciuto, che avere una figlia lo avrebbe fatto maturare.

E la maturazione di cui parla il protagonista non è quella dalla cui assenza deriva l’irresponsabilità e l’abbandono ai piaceri della vita ma è invece una maturità emotiva, la maturità dei sentimenti.

Il pianto disperato e arrabbiato al capezzale del padre morente è il pianto di un bambino che non vuole restare solo, di un bambino che racconta a tutti che suo padre è malato. Ma quando Wilson deve fare i conti con la morte di suo padre, è lì che riceve lo schiaffo più forte, quello che fa sentire il peso dei suoi anni, di figlio cresciuto che saluta suo padre inerme mentre esala l’ultimo respiro.

Wilson è eccessivo, in tutto quello che fa ed è eccessivo in tutto quello che dice ma è anche ingenuo di quell’ingenuità che fa sorridere. L’ingenuità dell’emarginato che gira in tondo a sé stesso senza trovare una via d’uscita.

La scoperta di avere una figlia allora diventa snodo per riprendere in mano le fila della propria vita, l’occasione di “crescere” accontentandosi di essere, insieme alla sua ex moglie, i genitori di serie B, ma comunque genitori. Di acquisire dunque un ruolo adulto, che per forza di cose costringe a “fare gli adulti”.

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La caratterizzazione dei personaggi è accentuata in ogni tratto e non solo il protagonista ma anche sua moglie e sua figlia, come anche il suo amico di infanzia, si contraddistinguono nella misura dell’esagerazione, quella misura che colloca questo film proprio a metà strada tra la commedia grottesca e la satira.

Senza abbandonarsi a toni accesi, Wilson smaschera l’ambiguità e la bacchettoneria della società americana, muove una critica all’isolamento che la parte umana, il candore dell’immaturità emotiva subisce sotto la pressione di un mondo che va di fretta incalzato dalla tecnologia. Wilson è scollegato dal mondo. Lo è. Non capisce la tecnologia e non vuole capirla. In una satira al modo di fare rete nell’epoca di internet, Wilson cerca a tutti i costi di creare legami umani come farebbe un bambino che avvicinandosi ad un altro bambino direbbe “vuoi giocare con me?”.

“He’s a people person” reca come sottotitolola locandina americana, frase che in quella italiana diventa “una persona socievole”. E’ precisamente quello che Wilson è, a people person, più che socievole, spinto alle persone, verso di loro.

Grande protagonista di questo film è l’alienazione, quella di Wilson, quella della provincia americana e quella di tutti i personaggi che a loro modo combattono contro i propri mostri personali.

Sui toni della malinconia, Wilson si staglia come il disegno fatto da un bambino che però vuole dire la verità, quella più semplice ma non sempre la più ovvia.

Per dirla con Jorge Luis Borges, “ho fatto una cosa irreparabile, ho costruito dei legami“. Ed è esattamente questa irreparabilità la ricchezza che Wilson acquisisce, quella stessa indissolubilità che lo costringe a maturare trasformandosi da figlio che resta orfano a padre che trova una figlia.

Consiglio caldamente questo film!!!

 

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