[Poesia e altre storie] La luna e i falò – Cesare Pavese

C’è una ragione per cui sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa nè un pezzo di terra nè delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni del palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perchè no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga eduri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Incipit de La luna e i falò – Cesare Pavese

 



Trama del romanzo:  Anguilla, all’indomani della Liberazione torna al suo paese delle Langhe dopo molti anni trascorsi in America e, in compagnia dell’amico Nuto, ripercorre i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza in un viaggio nel tempo alla ricerca di antiche e sofferte radici. Storia semplice e lirica insieme, La luna e i falò recupera i temi civili della guerra partigiana, la cospirazione antifascista, la lotta di liberazione, e li lega a problematiche private, l’amicizia, la sensualità, la morte, in un intreccio drammatico che conferma la totale inappartenenza dell’individuo rispetto al mondo.



La luna e i falò è stato scritto alla fine del 1949 e pubblicato nell’aprile del 1950. Il titolo fa riferimento alle superstizioi popolari per cui la riuscita del raccolto dipenderebbe dalla posizione della luna e dei falò.

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Fu l’ultimo romanzo prima del suicidio del suo autore e considerato come approdo della sua poetica, La luna e i falò racchiude i due elementi stilistici distintivi di Pavese, il realismo e il simbolismo.

«La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che più ho goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo – forse per sempre – non farò più altro»: così scrive Pavese il 30 maggio 1950 nella lettera che indirizza a Mario Camerino.

Italo Calvino a proposito di questo romanzo:

Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola. Tutt’intorno si compone un tessuto di segni visibili, di parole pronunciate: ciascuno di questi segni ha a sua volta una faccia segreta (un significato polivalente o incomunicabile) che conta più di quella palese, ma il loro vero significato è nella relazione che li lega alla cosa non detta. La luna e i falò è il romanzo di Pavese più fitto di segni emblematici, di motivi autobiografici, di enunciazioni sentenziose (in Revue des études italiennes, 2, 1966).

 

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