[Film] Moonlight di Barry Jenkins #dueparole #recensione #film

  • cq5dam-web-738-462DATA USCITA: 
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2016
  • REGIA: Barry Jenkins
  • ATTORI: Mahershala Ali, Naomie Harris, Janelle Monáe, Trevante Rhodes, Ashton Sanders, André Holland
  • PAESE: USA
  • DURATA: 111 Min
  • DISTRIBUZIONE: Lucky Red

Moonlight di Berry Jenkins (DVD)

Il film racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, un gay afroamericano che lotta per sopravvivere a Miami. Sullo sfondo ci sono le lotte per la droga, l’amore in luoghi segreti e la voglia di cambiare.


Tratto dall’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney, il film di Berry Jenkins si è aggiudicato numerosi riconoscimenti nonché l’Oscar come miglior film agli Academy 2017.

Primo film a tematica LGBT ad aggiudicarsi un riconoscimento, Moonlight è il primo film con un cast totalmente composto da afroamericani. Insomma, si tratta di un film da record. Questo è chiaro.

L’apetto più interessante di questo lungometraggio è la costruzione temporale che nella sua linearità comunque dà conto di quello che è una sorta di racconto coming of age, non sminuendo le singole parti e senza sbavature narrative. Il sottotitolo infatti recita “Tre storie di una vita”.

Ciò che sin da subito è apparso come una dichiarazione di stile è sicuramente la volontà di rimescolare le impressioni dei ruoli, confondendo e spiazzando lo spettatore. Ogni personaggio di Jenkins, orbitante intorno al protagonista, è costruito secondo quello che la retorica prevede. E’ il suo spessore umano a disattendere i pregiudizi. Ad ogni passo questo film sembra dirci “non è sempre come appare”. Ma ci dice anche che si diventa quel che si diventa anche per difenderci dal mondo esterno, che esiste un ‘fuori’ e un ‘dentro’. Un apparato e un luogo segreto dell’animo in cui non si cambia di una virgola.

Nel film di Jenkins vediamo il protagonista definirsi sulla base di come viene visto da fuori. Nella prima parte piccolo e indifeso, nota stonata in un gruppo di bambini che giocano a fare i grandi. Nella seconda parte egli si appropria della sua volontà, si arrende alle logiche sociali in cui vive. In qualche modo si allinea. Nella terza parte è completamente integrato, rappacificato in qualche modo con il passato ma non ancora con la profonda verità del suo essere.

Chiron è davvero Chiron solo nella parte centrale, quella in cui raggiunge la consapevolezza. E’ in questo passaggio che scopre l’amore, ma anche la rabbia. Nella parte precedente è Little, un passo prima di scoprire se stesso. Nella parte successiva è Black, soprannome datogli dall’amico Kevin. Nei panni di Black riesce a farsi rispettare, nei panni di ciò che è diventato. Ancora una volta si riafferma la logica del ruolo con un accento polemico ai ruoli a cui si è costretti per muoversi nel mondo.

La bellezza di questo film, la sua poesia, la sua valenza sono tutti racchiusi in una specie di spioncino della serratura che il regista dilata sull’animo del protagonista.

D’altronde non sta anche in questo il lusso di amare il cinema? Il lusso di ammettere un certo voyeurismo cinematografico che nel caso del film di Jenkins diventa più che altro psicologico e umano.

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