[Book] Nudi e crudi di Alan Bennett #recensione #readingchallenge #theclothestheystoodupin

aaf148babb5180d9243759d907e8ffdc_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgNudi e crudi

Titolo originale: The clothes they stood up in

Traduttore:C. V. Letizia, G. Arborio Mella
Editore:Adelphi
Collana:Piccola biblioteca Adelphi
Edizione: 22
Anno edizione: 2001
Pagine: 95 p., Brossura

Nudi e crudi – Alan Bennett su Amazon

TRAMA: Trovarsi la casa svaligiata dai ladri è senza dubbio un evento sinistro. Ma se spariscono anche la moquette, il rotolo della carta igienica, il forno e l’arrosto che attendeva lo scatto del timer, è palese che non può trattarsi di un semplice furto. E l’allibita vittima, un avvocato londinese agiato e pedante, ha tutto il diritto di pensare a una beffa del destino, o a una nuova formula di candid camera. Travolti da una realtà truce e idiota, l’avvocato e la sua spenta consorte si trovano ad affrontare un rompicapo di comica suspense, dal quale schizzano fuori colpi di scena turbinosi, mentre il lettore viene guidato verso un’esilarante catarsi di rara crudeltà.

Questo grazioso librettino di poco meno di 100 pagine è stato una piacevole scoperta.

Di Alan Bennett, scrittore e drammaturgo britannico, non avevo mai letto nulla.
Questo piccolo quadro tragicomico pubblicato per la prima volta nel 1996 con il titolo originale di The clothes they stood up in è solo uno dei numerosi esempi dell’arguta capacità stilistica del suo autore.
Tra il grottesco e il comico, la storia imbastita da Bennett pone al limite i due protagonisti, il signor e la signora Ransome i quali, di ritorno da una sera a teatro, trovano la loro casa svaligiata letteralmente di tutto, ritrovandosi così a possedere solo gli abiti che avevano addosso, da cui il titolo.
Questa situazione al limite del grottesco che del tragico conserva solo l’iniziale trauma di essere stati spogliati persino della carta igienica e della moquette, pone i coniugi nella posizione di confrontarsi con le loro rispettive idee di possesso.
Bennett con maestrìa sviscera i personaggi i quali pagina dopo pagina vengono a tratteggiarsi nella loro “nudità”, la nudità a cui sono costretti a causa di essere stati privati di tutto, ma soprattutto quella nudità opposta alla quantità di cose e averi dai quali fino a poco prima erano definiti.
Mobili, oggetti e accessori attorno a cui i coniugi conducevano le loro vite in un equilibrio materiale, costruito sulle abitudini e sugli spazi. Adesso la loro casa è un unico grande spazio in cui il signor e la signora Ransome sono costretti in qualche modo a reinventarsi, liberati dello status “borghese” in cui la loro abitazione li collocava.
Parallelamente all’approfondimento psicologico che Bennett fa dei personaggi attraverso trovate comiche di grande raffinatezza, procede la tessitura della trama narrativa la quale senza deviazioni conduce alla “risoluzione del giallo”.
Vittime di una coincidenza sfortunata, i Ransome si scoprono i destinatari sbagliati di un misunderstanding linguistico. Non aggiungo altro. Sarete voi lettori a scoprire il resto.
Quello che però va aggiunto è che l’attenzione all’universo linguistico è una costante in tutta la lettura, come una sorta di hint letterario seminato dall’autore in corso d’opera.
In più di un’occasione la signora Ransome viene corretta dal marito che la incalza ad usare il termine più appropriato per definire una determinata idea, rivelando altresì tutta la sua pedanterìa da burocrate grigio qual è.
Mal disposto a cedere ad accenni emotivi di qualsivolgia portata, il signor Ransome si rivela come il gelido guscio di passioni carnali represse e risvegliate dalla bizzarra ossessione per una cassetta audio trovata per caso su cui era stato impresso il suono di un amplesso. Egli la conserva gelosamente, nè fa il suo Mozart che fino a quel momento è la sua più grande passione.
La signora Ransome, dal canto suo, liberata dall’incombenza di una casa da gestire si ritrova a reinventare non solo i suoi spazi, ma anche il suo ruolo. Riscopre la bellezza delle piccole cose e si appropria di un nuovo vocabolario – quello derivato dai talk show televisivi – che le permette di saggiare proprietà linguistiche meno impostate, più “moderne” e sicuramente poco borghesi.
E’ qui che si gioca il suo personaggio, in questa esplorazione linguistica rinnovante.
La lettura, che è scorrevole e piacevole, conduce tra trovate comiche e ilarità mai scontata alla fine della storia in un men che non si dica.
Consiglio questo racconto (lungo) o romanzo (breve) che lo si voglia definire davvero a tutti. Al di là del genere, dello stile e della trama si erge con Bennett la capacità di accompagnare il lettore nei panni dei protagonisti attraverso la fine abilità di far riflettere sorridendo.
Dal testo di Bennett tradotto e adattato per la scena, Edoardo Erba ha tratto l’opera teatrale con Maria Amelia Monti e Paolo Calabresi portata nei teatri nel 2017.

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