[Movie] I, Tonya di Craig Gillespie Un biopic/docu-film sul più grande scandalo sportivo d’America #tonyaharding #ITonya #recensione

i-tonya-original-motion-picture-soundtrackDATA USCITA: 

GENERE: Biografico, Drammatico

ANNO: 2018

REGIA: Craig Gillespie

ATTORI: Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Julianne Nicholson, Bobby Cannavale, Paul Walter Hauser, Caitlin Carver, Bojana Novakovic, Mckenna Grace

PAESE: USA

DURATA: 121 Min

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

TRAMA: Tonya Harding non ha avuto un’infanzia facile e le cose non le sono andate meglio crescendo. Eppure, sebbene sofferente d’asma e forte fumatrice, da sempre e per sempre poco amata dai giudici di gara, che non la ritenevano all’altezza di un modello da proporre, la Harding è stata una grande pattinatrice, la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale e tuttora una delle pochissime ad averne avuto il coraggio, tanto che il film di Gillespie, che racconta la sua ascesa e la sua caduta, ripercorrendo la sua biografia dai 4 ai 44 anni, ha dovuto supplire con effetti speciali, non trovando nessuna controfigura disposta o capace di farlo.


In attesa della premiazione agli Academy Awards mi ero fatta un’idea di quelli che sarebbero potuti essere i papabili alle diverse statuette. Ma su questo piccola perla di Craig Gillespie non avevo potuto farmi un’idea. Peccato! Perché altrimenti avrei dato la mia corona di miglior attrice a Margot Robbie che in questo film è F E N O M E N A L E.

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Ma cominciamo dall’inizio. Tonya è un biopic – tra i generi quello che preferisco- sulla grandissima pattinatrice su ghiaccio Tonya Harding, la prima donna americana in grado di eseguire un triplo axel quando a nessuna nemmeno veniva in mente di provarci. Ma quello che colpisce della vicenda della Harding è l’estenuante sforzo di essere una pattinatrice quando tutto intorno crollava a pezzi, in barba a quell’immagine patinata e sfavillante di gonnellini svolazzanti in pista. La vicenda della Harding è la declinazione al contrario di quel “perfettume” richiesto agli sportivi. Non c’è niente di archetipico nella sua figura.

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Questo mostra Gillespie, il contrasto tra vita privata e carriera professionale, due aspetti che per la Harding hanno un comune denominatore, un sentore di mancato riconoscimento. Nonostante l’indiscutibile talento della pattinatrice, i giudici non l’apprezzano mai completamente a causa del suo stile non molto elegante; sua madre (Allison Janney) la avvilisce e mortifica con una ostinata cattiveria e con la motivazione di permetterle di essere sempre migliore; il suo fidanzato, che poi sposerà, la picchia e la maltratta salvo poi coccolarla per tenerla legata a se.

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Il profilo della pattinatrice viene tracciato dal regista con una originalità degna di nota. Il racconto, montato in forma di documentario in cui compaiono i protagonisti della storia, non rifiuta nemmeno quel pizzico di ironia in grado di dare compattezza alla protagonista, la quale emerge a tutto tondo. Ciononostante non c’è traccia di una volontà di edulcorare nè il personaggio nè tantomeno la storia che anzi risulta rafforzata dalla crudeltà subita dalla Harding, una crudeltà che è spesso gratuita, evitabile.

La protagonista si rivolge direttamente allo spettatore e dà il suo punto di vista. In un passaggio dice “questo non l’ho fatto” in relazione alla scena che la vede inveire contro suo marito con un fucile. Quello che il regista mette in piedi è un escamotage che consente di restituire al contempo la storia della Harding come è stata raccontata dai giornali e quella reale per bocca della protagonista, la quale, in qualche modo, mette in chiaro alcune cose e ne nega altre. La narrazione cinematografica è proprio in questo che acquista originalità, riuscendo a tradurre cinematograficamente la totalità delle circostanze che interessarono la pattinatrice americana. La scelta di fare un docu-film consente al regista di alleggerire la cronistoria anche attraverso la sospensione del recitato con un espediente metanarrativo. La Harding non solo, infatti, si rivolge allo spettatore nelle scene in cui è intervistata, ma anche in quelle in cui è rappresentata nel procedere degli eventi. Un po’ come se fosse la protagonista della ricostruzione della sua stessa vicenda. A ben vedere di ricostruzione si tratta.

Margot Robbies eccelle in un ruolo che non appare affatto semplice. Evidente è lo studio delle immagini e dei video di repertorio. La Robbie riesce a raggiungere una somiglianza mimica incredibile. In linea di massima tutto il lavoro di Gillespie è improntato ad una riproduzione esatta che tiene in considerazione non solo le varie apparizioni della sportiva in gara  ma anche le varie comparse pubbliche in relazione alla vicenda giudiziaria in cui la Harding fu coinvolta.

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Piccola menzione per la colonna sonora, affidata a Peter Nashel, già noto per la serie Marco Polo.

La track list completa è satolla di pezzi ultra noti ma così perfetti insieme a comporre una soundtrack di quelle che la metti su e non salti neanche un pezzo. Da Cliff Richards, passando per i Dire Straits e i Supertramp, i Fleetwood Mc e Doris Day [I, Tonya (Original Motion Picture Soundtrack)]

Il film di Gillespie riesce ad essere molto di più di un biopic. Riesce a suggerire una riflessione amara sul concetto di competitività sportiva ma anche sulla discordanza, spesso irrisolvibile, tra talento e possibilità. Tonya Harding diventa qui il punto focale di una lotta più grande di quella per realizzare le proprie ambizioni. E’ il centro da cui irradia la voglia di amare e di essere amata ma soprattutto la necessità di amare se stessa, cosa che nessuno le aveva mai insegnato a fare.

C’è da dire che Gillespie spinge moltissimo su un aspetto della Harding che appare riassuntivo della sua intera personalità, la genuinità. Quella naturalezza che condivide un po’ di spazio con l’ingenuità. Ma in fondo la vita è vita. Non ci sono repliche, nè prove generali. Tonya racconta anche questo. Racconta delle possibilità che spesso non si ripresentano. Ma anche delle coincidenze che si mettono di traverso e modificano gli eventi. Un laccio rotto, una scarpa danneggiata.

Ma racconta soprattutto che ognuno di noi è definito intimamente dal suo talento e che molto spesso non esiste un riconoscimento unanime che sia soddisfatto a 360°.

Quello che resta alla fine, come per la Harding, è la forza di incassare e ricominciare. Il coraggio di reinventarsi.

Se amate i biopic siete nel posto giusto. Ma anche nel caso non fossero il vostro genere preferito, I Tonya merita per la sua sincerità.

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4 pensieri su “[Movie] I, Tonya di Craig Gillespie Un biopic/docu-film sul più grande scandalo sportivo d’America #tonyaharding #ITonya #recensione

  1. Sono d’accordo che il ruolo di Tonya non fosse affatto semplice e che la Robbie è stata davvero eccezionale in questo film. Secondo me comunque, ma è un mio parere, con la McDormand di quest’anno non c’erano chance per nessuno.
    Però è stata davvero brava e sarà una banalità ma lo si capiva da quanto fosse a suo agio nel personaggio della Tonya 44enne, durante le interviste

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    1. Concordo. Ho apprezzato molto la sua interpretazione anche alla luce dei vari video e immagini di repertorio di Tonya Harding. È molto molto molto verosimile. Riguardo alla McDormand, ormai è noto che il mio sentimento generale su Tre manifesti non è stato positivissimo. Però riconosco la sua bravura! Certo è che si tratta di due interpretazioni completamente differenti.

      Piace a 1 persona

      1. sì, vero.
        le immagini di repertorio alla fine le ho trovate molto pertinenti. Di solito sono un po’ forzate quando mettono ste immagini in stile documentario alla fine del film, cosa che fanno sempre più spesso. Ma qui, a mio avviso, ci stavano eccome!

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