[Movie] Suburbicon di George Clooney. Da una sceneggiatura dei fratelli Coen #fifties #recensione #suburbicon

DATA USCITA: 

GENERE: Commedia

ANNO: 2017

REGIA: George Clooney

ATTORI: Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Alex Hassell, Gary Basaraba, Oscar Isaac, Jack Conley, Karimah Westbrook

PAESE: USA

DURATA: 105 Min

DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

TRAMA: Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose, rimasta paralizzata in seguito ad un incidente, e il figlio Nicky. La sorella gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. L’apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell’età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. L’intera comunità di Suburbicon s’infiamma e si adopra per ricacciare indietro “i negri” con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell’abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose.


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C’è molto di più di quello che sembra in questa satira noir firmata Clooney, nonostante il sottotitolo del film reciti “Dove tutto è come sembra”.

L’attore e regista ha ripreso tra le mani una sceneggiatura vecchia di una decina di anni dei fratelli Coen della quale era già a conoscenza quando i Coen lo contattarono per la parte dell’investigatore assicurativo. Non se ne fece più niente anche se i tre continuarono a lavorare insieme (Burn after reading-2008). Quando insieme al suo fido collaboratore Grant Heslov (Monuments Men, Le idi di marzo, Good Night and Good Luck) cominciarono a lavorare su un film riguardo una famiglia afroamericana, i Meyers, con la volontà di raccontarne le vicende sullo sfondo della questione razziale, venne loro in mente la sceneggiatura dei Coen. Clooney ha poi in merito dichiarato di aver voluto fare un film che fosse una voce fuori dal coro, che trattasse il topic della discriminazione (così attuale nell’era Trump) con uno sguardo meno austero, più bilanciato. Ecco che i Coen saltano fuori.

I crediti per la sceneggiatura sono condivisi, sebbene Clooney e Heslov abbiano rivisitato lo script dei due fratelli, mantenendo intatta a grandi linee la storyline iniziale.

Quello che viene fuori è un film che è dichiaratamente bifacciale. Due plot, un white e un black plot vengano ad intrecciarsi sullo sfondo di una cittadina americana anni 50, appunto Suburbicon, creata per permettere alla brava gente bianca di crescere i propri figli all’insegna del vero sogno americano, indisturbato sogno americano, direi.

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La città, non dissimile dalla Pleasantville di Gary Ross del 1998 e dalla Stepford di La donna perfetta del 2004, ma nemmeno dalla città di Edward mani di forbice, è l’esasperazione di tutta l’iconografia moderna del benessere americano nei 50. Le vicende della famiglia Lodge, più strutturate, e quelle della famiglia afroamerica Meyers (i loro vicini) si intrecciano senza mai incontrarsi (o quasi) e sono delegate a veicolare quello che sembra essere il messaggio cardine di questa pellicola, cioè l’incapacità di guardare oltre lo steccato. 

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Tutta la cittadina di Suburbicon è abbacinata dalla rabbia per l’arrivo della famiglia Mayers. Occupati a palettare il loro giardino per nasconderli alla loro vista, salvo poi radunarsi nel loro giardino per intimidirli con urla, insulti, rivolte e costringerli ad andarsene, non si accorgono che nel cuore della più bianca, rispettabile e perfetta famiglia americana, proprio al di là dello steccato, sta avendo luogo il più bieco degli eventi.

L’arrivo di una famiglia di colore all’intern di una perbenista, benpensante cittadina americana anni 50 non è frutto dell’immaginazione di George Clooney ma si rifà alla storia della famiglia Myers che nel 1957 si trasferì nella cittadina di Levittown, in Pennsylvania, provocando una durissima lotta che durò per molti mesi.

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Suburbicon è un film che fa dei luoghi comuni e della loro estremizzazione la base per il loro annientamento, per mezzo di una satira che ha un chiaro sapore pulp. Non dimentichiamoci che qui ci sono i fratelli Coen! E per chi conoscesse bene il loro stile, non vi sarà difficile intuire il loro zampino.

Julianne Moore, ideale per il ruolo della moglie di Mr Lodge e di sua sorella gemella, fa da spalla a Matt Damon che è la vera macchietta di questo film dove i buoni sono cattivi. Nicky (Noha Jupe), il figlio di Mr Lodge (Matt Damon) è l’unico centro morale di questo film che sembra risolversi nella logica dell’infanzia, quella che non conosce colore di pelle, che è capace di risorgere dalle ceneri. Ed è proprio il bambino a rappresentare la contiguità tra i due “mondi” razziali che Clooney fa affacciare sullo stesso pezzo di prato.

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Una menzione speciale va ad Oscar Isaac che interpreta il ruolo dell’investigatore dell’assicurazione chiamata ad accertarsi delle coincidenze all’interno dell’omicidio che riguarda la famiglia Lodge. La versatilità della sua abiltà attoriale riesce a farlo spiccare anche con un piccolo ruolo come questo.

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Suburbicon non è un film sulla questione razziale. E’ un noir, un thriller rivisitato in chiave satirica per buona pace del suo regista, che come già detto non voleva prendersi troppo sul serio. Ma alla fine finisce per prendersi sul serio come non mai, riducendo la questione della discriminazione ad episodi alternati che fungono quasi da colonna sonora visiva di tutta la storia ma che anche per questo enfatizzano luci e ombre.

La forza caricaturale dei personaggi lascia intatto lo spessore del bambino e della famiglia Meyers, quelli che poi nei fatti risultano essere le fenici del degrado del sogno americano. E’  questa potenza caricaturale a spingere sul motore del pulp, quello che rende il film più appetitoso se vogliamo. D’altronde che gusto c’è a far si che Mr Lodge non riesca a tirare fuori un attizzatoio dalla faccia di un morto? Questo è il cinema, è questo è il cinema dei Coen per i quali il grottesco traduce figurativamente una disposizione di carattere, ponendosi al servizio di una caratterizzazione dei personaggi decisamente delineata.

I colori di questa commedia noir, o thriller pulp che lo si voglia definire, virano tutti verso la forma del contrasto. Ed è esattamente nel contrasto che la pellicola viene a definirsi. Un contrasto che è esasperato sia nella fotografia che nel montaggio. Perchè in fondo è di questo che George Clooney vuole parlare, di quel contrasto che fa da sempre parte della cultura americana, quella negazione del buon senso che si maschera con il buon senso e che oggi, come ieri, ritorna ad alzare barriere ancora più alte.

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4 pensieri su “[Movie] Suburbicon di George Clooney. Da una sceneggiatura dei fratelli Coen #fifties #recensione #suburbicon

    1. Questo film non ha entusiasmato moltissimo la critica oltreoceano ma più che altro per la regia di Clooney. Per me il connubio Clooney/Coen è vincente. Apprezzo moltissimo il lavoro dei Coen, tranne A proposito di Davis che non mi ha entusiasmato.

      Piace a 1 persona

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