[Poesie a altre storie] John Fante: l’unico uomo che Charles Bukowsky arrivò mai a paragonare a un dio.

Leggevo e leggevo, ed ero affranto e solo e innamorato di un libro, di molti libri, poi mi venne naturale, e mi sedetti li, con una matita e un lungo blocco di carta, e cercai di scrivere, fino a che sentii di non poter più continuare perché le parole non mi sarebbero venute come ad Anderson, ma solamente come gocce di sangue dal mio cuore.

(“Sogni di Bunker Hill“)

La cucina: il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori…

(“La confraternita dell’uva“)

picjohnfante

Oggi ricorre l’anniversario della nascita di uno dei più dimenticati e più grandi scrittori del Novecento, John Fante.

Nato in Colorado l’8 aprile 1909, Fante era figlio di Nick, un muratore italiano emigrato in America da Torricella Peligna, in Abruzzo, e Mary Capolungo, figlia di un sarto lucano.

Visse in Colorado fino agli anni 30 quando trasferitosi in California, cominciò a scrivere e ad ambientare molte delle sue storie.

Autore di romanzi indimenticabili Fante fu l’artefice della saga Bandini che si compone di La strada per Los Angeles, Aspetta primavera, Bandini!, Chiedi alla polvere e l’ultimo libro, Sogni di Bunker Hill, che egli detto alla moglie in tardà età, nel 1979. La saga, in cui emerge l’italianità dello scrittore, quell’italianità da cui egli cercava l’emancipazione ma che poi riconoscerà come un’appartenenza innegabile, è stata definita come una sorta di auto-fiction e ripercorre le vicende di Arturo Bandini. La bellezza delle storie di Bandini, la loro singolarità ma soprattutto la loro originalità risiedono nel fatto che i quattro romanzi tracciano una sorta di parabola di consapevolezza che riflette il profilo biografico di Fante. Il sentimento di provenienza, di collocazione sociale, la necessità di emancipazione da stereotipi consolidati tipici degli emigrati di seconda generazione sono i pilastri su cui viene a plasmarsi un tipo di letteratura che pur essendo fiction, riesce a sintetizzare il ritorno a quelle origini che definiscono, ognuna a suo modo, ogni individuo.

Nel 1957 e nel 1960 lo scrittore si trova in Italia dove collabora con Dino De Laurentiis e dove scrive alcuni dei suoi racconti più belli. Di questo periodo è La confraternita dell’uva.

John Fante non conobbe riconoscimenti quando era vivo. Lavorò tutta la vita come sceneggiatore per Hollywood.

Nel 1935 compare come sceneggiatore nel soggetto di Dinky, di Howard Bretherton e D. Ross Lederman, e nel 1940 quello di The Golden Fleecing, per la regia di Leslie Fenton, nel 1956 era stata la volta di Jeann Eagles (titolo italiano, “Un solo grande amore”), di George Sidney, seguito quattro anni più tardi da Il re di Poggioreale, di Duilio Coletti. Nel 1962 partecipa alla sceneggiatura di Walk on the wild side, con Jane Fonda.

Nonostante il mancato riconoscimento letterario riuscì a dare voce ad uno spaccato di America e a farlo in modo singolare. Bukowsky lo definì “il narratore più maledetto di America”. E lo era se si tiene conto non solo della cifra autobiografica di tutta la sua produzione letteraria, ma anche delle peculiarità di una scrittura che non vuole rivendicare i concetti di origine e appartenenza in termini polemici, ma che anzi da quegli stessi concetti parte verso un desiderio di integrazione e di riconoscimento all’interno della società americana poco raccontato dalla letteratura di emigrazione. La sua fu una lotta continua all’inseguimento di un sogno, di se stesso.

Morì l’8 maggio del 1983 in una clinica di Los Angelese a causa delle complicazioni del diabete che lo avevano già reso cieco e richiesto l’amputazione di un piede.

Poco prima di morire Fante disse a Ben Pleasants, come riportato da Stephen Cooper:

“credo che una cosa che uno scrittore deve sforzarsi di evitare sia … l’amarezza. È ciò che può distruggerlo. Può bruciarlo … Io l’ho combattuta tutta la vita”.

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A presto

3 pensieri su “[Poesie a altre storie] John Fante: l’unico uomo che Charles Bukowsky arrivò mai a paragonare a un dio.

    1. Si, ne ero a conoscenza. Grazie per averlo precisato. Credo che John Fante sia uno di quegli autori, insieme a molti altri, ingiustamente poco o per nulla contemplati nei programmi didattici. Mi piacerebbe che se ne parlasse a scuola.

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