[Book] L’isola di Arturo di Elsa Morante. Una lettura imperdibile #lisoladiarturo #readingchallenge #lettureimperdibili

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L’isola di Arturo è il secondo romanzo di Elsa Morante, pubblicato nel 1957 , dieci anni dopo Menzogna e sortilegio.

Suddiviso in 8 capitoli, si apre con un incipit che come una mano incantata sembra rapire il lettore trascinandolo immediatamente nell’atmosfera magica che si va via via a delineare. Ma non c’è niente di campato in aria nel romanzo della Morante. Tutto è perfettamente tangibile e ogni singola descrizione gode della naturalezza con cui l’autrice scende nei minimi particolari.

“L’oste, nella sua bottega, ch’è di faccia al monumento di Cristo Pescatore, alleva un gufo, legato, per una catenella, a un’asse che sporge in alto dal muro. Il gufo ha piume nere e grige, delicate, un elegante ciuffetto in testa, palpebre azzurre, e grandi occhi d’un color d’oro-rosso, cerchiati di nero; ha un’ala sempre sanguinante, perché lui stesso continua a straziarsela col becco.” p. 13

“La mia casa sorge, unica costruzione, sull’alto di un monticello ripido, in mezzo a un terreno incolto e sparso di sassolini di lava. La facciata guarda verso il paese, e da questa parte il fianco del monticello è rafforzato da una vecchia muraglia fatta di pezzi di roccia; qua abita la lucertola turchina (che non si può incontrare altrove, in nessun altro luogo del mondo). A destra, una scalinata di sassi e terra scende verso il piano carrozzabile.” p.15

Sembra di vederla l’isola. Quella Procida che somiglia a un delfino.

Difficile non immedesimarsi con il narratore, non sentirsi presi per mano e accompagnati attraverso le viuzze della sua isola. La stessa Morante, scrivendo a Giacomo Debenedetti dice: “La sola ragione che ho avuta (di cui fossi consapevole), nel mettermi a raccontare la vita di Arturo, è stata (non rida) il mio antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo”. Questa identificazione è puntualmente trasposta nelle pagine in cui il desiderio di essere altro (della scrittrice) si traduce nella magia che consente ad ogni singolo lettore di essere Arturo.

Dal senso di appartenenza discende il processo di formazione di Arturo, il narratore, il bambino-stella. Procida appartiene ad Arturo e Arturo appartiene a Procida, ancor prima della sua nascita, già nel sangue dei suoi avi. Cresciuto con latte di capra da un balio, Silvestro, partito poi per fare il soldato, Arturo ha gli stessi ritmi dell’isola, è in simbiosi con essa.

Lungi dal voler raccontare la trama, che è un prezioso gioiello narrativo che si snoda man mano che si girano le pagine, tengo a sottolineare che L’isola di Arturo non è un libro che si può recensire. E’ un romanzo che si può semplicemente amare.

Lontano da ogni tipo di ambientazione storica precisa, se non in chiusura, questo romanzo è la fusione perfetta tra mito e realtà, tra magia e realismo ed è tutto questo senza essere nessuna di queste cose singolarmente.

Il racconto di Arturo ha qualcosa di mitico, quella sacralità che è propria sia della Natura che dell’animo umano. Arturo attraversa un processo di formazione, che è quello che interessa il passaggio dall’infanzia all’età adulta, ma che è anche indagine spirituale che rimescola le certezze assolute emancipandolo e che lo porta ad essere quello che è.

“Queste mie certezze di ragazzino sono state per lungo tempo non soltanto il mio onore e il mio amore, ma la sostanza della sola realtà possibile, per me! In quegli anni, più che disonorante, mi sarebbe parso impossibile, vivere, fuori dalle mie grandi certezze!” p.34

Quella di Arturo è una vita a metà strada tra crescita selvaggia, in cui il bambino si costruisce la realtà in base a quello che vede e vive, e cattività dovuta alla chiusura in un mondo ovattato che non conosce le verità del mondo, che si disinteressa dei ritmi del “continente” e che su esso può solo fantasticare.

La realtà, allo stesso modo, fa capolino nel ricordo, quella realtà che Arturo-bambino riconosce di vedere trasfigurata attraverso la figura mitizzata di suo padre, quel Wilhem Gerace dal sangue misto.

“Se oggi ripenso a quelle conversazioni con mio padre, e rivedo le scene di quell’epoca lontana, tutto per me prende un significato differente da allora. E mi viene in mente la favola di quel cappellaio che piangeva o rideva sempre a sproposito: giacché gli era dato di scorgere la realtà unicamente attraverso le immagini di uno specchio stregato.” p.67

La simbiosi con la figura paterna è la bussola che modella l’infanzia del piccolo Arturo.

“La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui èl’assoluto regnante! [….]!” p.28

“Lui non si ammalava mai, a quanto ricordo; però, s’io l’avessi veduto ammalato, la sua malattia non mi sarebbe sembrata uno dei soliti accidenti della natura. Essa avrebbe assunto, ai miei occhi, quasi il senso di un mistero rituale, in cui Wilhem Gerace era l’eroe, e gli officianti chiamati ad assisterlo ricevevano il privilegio d’una consacrazione!” p.31

La vita di Arturo subisce uno sconvolgimento quando la coppia diventa un trio e il padre prende una sposa. Insieme alla sposa, Nunziatella, portata da Napoli, giunge a Procida, e nella vita di Arturo, quell’attenzione materna, quasi religiosa, che lo pone a quel confronto che nella sua solitudine isolana (in cui il padre appare e scompare a causa dei suoi frequenti viaggi) non era abituato.

Insieme alla sposa, una sposa bambina che Arturo sbeffeggia per il suo timor di Dio e le sue superstizioni, arriva nella grande casa dei Gerace una ventata di sentimenti misteriosi e sconosciuti con cui fare i conti. Ma anche quell’addomesticatezza che Arturo non aveva mai conosciuto. Quella contro faccia della selvatichezza che ha le sembianze di una madre, ma prima di tutto di una donna.

Anche lei, venuta da fuori dell’isola, porta con sè quel simbolo, la valigia, che per Arturo è l’emblema di grandi avventure, tesori meravigliosi. E come per ogni ritorno di suo padre, anche questa volta, Arturo spinge la sua curiosità bambina all’apertura di quello scrigno.

L’apertura della valigia fu per me una delusione. Apparvero solo alcuni informi straccetti, un paio di zoccoletti comuni, e un abito a fiorami leggero, già usato, e scolorato dal sudore.V’era poi un fazzoletto grande da testa, ma non così bello come quelli, dipinti di rose, che mio padre soleva mettersi come sciarpe; e nient’altro; la valigia era già quasi vuota. Soltanto, rimaneva ancora, sul fondo, uno strato di fogli di giornale e di carta straccia; il quale, come si vide subito, serviva a proteggere alcuni quadretti incorniciati. Erano tutte immagini della Madonna, ed ella le traeva fuori con sommo rispetto, e deponendole via via sul cassettone le baciava prima, una per una”. p.92

L’alone magico che circonda la Casa dei Guaglioni, in cui dimora la famiglia Gerace, si ridimensiona nella religiosità ammaestrata di Nunziatella.

“E mi spiegò che quelli sono semplicemente dei disgraziati, dei peccatori in pena, i quali, come inermi e miseri mendicanti, vanno elemosinando preghiere per la propria pace eterna. All’aspetto, non hanno più una figura di cristiani, ma sembrano appena dei cenci di biancheria che sventola. E basta dire un requiem per loro, che subito vanno via. Fui tentato di rivelarle che i morti, quasi di sicuro, non hanno più spirito, che nella morte tutto si spegne e che la sola sopravvivenza è la gloria; ma poi subito, ripensandoci, mi dissi che non servirebbe a nulla informarla di certe cose.” p. 96

Ogni cosa nuova acquista per Arturo una sembianza solo paragonata alla bellezza e alla grandezza di suo padre ma è proprio attraverso la rivelazione della totale umanità di un uomo che egli si figurava come un dio, che Arturo compie il suo percorso di formazione, come una specie di prova del fuoco che strappa il velo delle sue certezze, fa vacillare le sue certezze, presenta al suo cuore il sentimento, tutto nuovo dell’amore, e lo conduce a dire addio alla sua isola.

L’abbandono di Procida è per Arturo il saluto all’infanzia, quella che si gonfia delle sue credenze, che si culla delle sue certezze e che si alimenta della spensieratezza. L’isola di Procida è quella culla che al ritmo delle onde del mare racconta ad Arturo le più meravigliose favole della buonanotte, e che al risveglio lo spinge a sentirsi parte stessa di quell’isola, una sua roccia o una sua insenatura.

Ma il romanzo della Morante non è solo un poetico susseguirsi di pagine meravigliose ma è anche l’acutissimo e geniale edificio letterario entro cui la scrittrice ebbe la maestrìa di intrecciare tenori differenti e temi delicati equilibrandoli su una narrazione che è potente.

Il tema dell’omosessualità prorompe senza essere urlato, solo alla fine delle quasi 400 pagine, ma allo stesso tempo non è solo sussurato. E’ presentato attraverso un terzo personaggio che, rispetto ad Arturo, gioca il ruolo di colui che squarcia il velo.

L’amore folle di Arturo per suo padre, la gelosia che lo infiamma è solo l’altra faccia dell’amore tra due uomini, quello tra padre e figlio. E’ proprio questo amore viscerale che Arturo vedrà trasfigurarsi non più nella grandezza eroica e misteriosa di suo padre ma nella sua alterità, un amore omosessuale che lo precipita nelle sfere degli uomini allo sbando, delle PARODIE.

Arturo cresce quando scopre di non poter essere più un bambino, di non poterselo più permettere, di non poter riflettere se stesso nell’immagine magica di un’isola e in quella irreale di un padre eroico. Cresce quando scopre che lasciare l’isola significa anche fare pace con l’amore, quello che aveva conosciuto solo smerigliato dall’illusione e che solo a contatto con la realtà rivede possibile. Egli fa pace con l’idea di un padre che impara a conoscere attraverso l’amarezza. Ma soprattutto fa pace con se stesso.

“Da questa infinita distanza, adesso, ripenso a W.G.. Me lo immagino, forse, più che mai invecchiato, imbruttito dalle rughe, coi capelli grigi. Che va e torna, solo, scombinato, adorando chi gli dice parodia. Non amato da nessuno – giacchè perfino N., che pure non era bella, amava un altro….. E vorrei fargli sapere: non importa, anche se sei vecchio. Per me, tu resterai sempre il più bello.” p.377

L’isola di Arturo

L’isola di Arturo di Elsa Morante

Introduzione di Cesare Garboli

Einaudi Tascabili 1995

398 pagine

6 pensieri su “[Book] L’isola di Arturo di Elsa Morante. Una lettura imperdibile #lisoladiarturo #readingchallenge #lettureimperdibili

    1. Si, avevo anche commentato sotto il tuo post. Appena ho finito di leggerlo non ho saputo resistere e ho scritto subito un post. Questo romanzo è entrato nella mia lista di romanzi preferiti.

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