[Book] Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. Il libro e differenze con la serie di Bruce Miller

Dopo aver guardato il multipremiato adattamento cinematografico ideato da Bruce Miller, che proprio in questi giorni è tornato in onda con la seconda stagione, mi sono messa in pari nel mese di aprile con la lettura del romanzo distopico del 1985 da cui la serie televisiva è stata tratta,Il racconto dell’ancella.

Avevo alcuni fondati dubbi sulla fedeltà dell’adattamento, dubbi confermati in pieno dalla lettura del romanzo della Atwood.

La storia della scrittrice americana è molto più accennata rispetto alla serie televisiva e si sofferma su un livello descrittivo che affonda la sua capacità di impatto nel non detto, nell’attesa della svolta narrativa. Nonostante la Atwood scenda nei particolari, soprattutto per quanto riguarda le descrizioni delle cerimonie e dei riti nella Repubblica di Galaad, si avverte una sorta di fretta narrativa che appare accentuata alla luce del confronto (inevitabile!) con la serie televisiva. Quest’ultima esalta passaggi, modella momenti e gode del privilegio di affidare gran parte del potere suggestivo alla fotografia. Le cromìe sono esaltate e da sè portano lo spettatore in fondo ad una storia che si compone di classificazioni di genere, una storia in cui l’abito fa il monaco.

 

L’adattamento cinematografico si discosta non poco dal romanzo, il quale nel suo complesso si concentra più sul risvolto femminista della narrazione che su quello politico e distopico. La capacità di ribellione che nella serie esalta donne sì sottomesse ma combattive, è totalmente assente nel romanzo. Sono moltissimi gli elementi del romanzo che troviamo completamenti modificati nella serie. Un elemento lampante è la totale assenza di personaggi di colore nel libro. Qui tutti i non-bianchi sono eliminati, mentre nella serie è evidente che non venga fatta questa distinzione. Il marito della protagonista è di colore, come anche la sua migliore amica Moira. A proposito di quest’ultima, non viene mai esplicitamente dichiarato che sia gay, cosa che invece è palesata nel romanzo. Bruce Miller ha dichiarato di aver voluto confrontarsi a lungo con la Atwood in merito alla possibilità di inserire o meno personaggi di colore nella serie e di essere giunti alla conclusione (da me non condivisa!) di apportare una modifica alla storia per non rischiare di “fare uno show razzista” non assumendo attori di colore.

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Come al solito ci ritroviamo alle prese con quel politically correct esasperante che concede spazio a ripensamenti su un’opera letteraria che nasce, pur con il suo taglio distopico, come riflessione sulla condizione del genere femminile in una situazione limite. Eppure l’aspetto razziale del romanzo della Atwood non passa, almeno nel romanzo, in secondo piano, laddove l’atmosfera dominante è proprio quella di un lager in cui la selezione è l’ago della bilancia. Ma se la Atwood acconsente….tant’è!

Un altro aspetto lampante che è saltato all’occhio quasi immediatamente nella lettura del romanzo è la descrizione dei coniugi Waterford, i quali nella serie sono molto più giovani rispetto al romanzo. Il Comandante esce dalla penna della Atwood come un uomo incanutito con folti bassi, e sua moglie invece come una donna afflitta dall’artrite, costretta all’uso di un bastone. Il creatore della serie ha dichiarato di aver voluto ringiovanire la coppia affinché fosse possibile approfondire i rapporti di conflittualità tra Serena Joy e Difred. Se nel romanzo la moglie del Comandante ha poco spazio, è quasi un’ombra che appare e scompare e ha decisamente meno polso, nella serie invece acquista maggiore spessore e si contraddistingue per una caratterizzazione più delineata.

  

 

La protagonista del romanzo, June, viene disegnata da Margaret Atwood come un personaggio molto più remissivo di quello che invece approda nella serie televisiva. La Difred originale non si unisce alle marce contro le misure repressive messe in atto prima dell’entrata in vigore della legge marziale. C’è in lei più attesa e meno ribellione. I flashback che la riportano al passato sono meno frequenti di quelli presenti nella serie, i quali risultano perfettamenti funzionali alla contestualizzazione.

Il romanzo della Atwood, che è un romanzo anche molto breve, pare essere stato solo uno spunto su cui approfondire Il racconto dell’ancella, che come si vedrà, va molto oltre le pagine della scrittrice nella seconda stagione della serie.

Il romanzo non mi ha avvinghiata alle pagine come mi aspettavo ma, sono sicura, se non ci fosse stata una serie a fare da specchio, avrebbe sicuramente scosso la mia sensibilità. I temi trattati sono talmente al limite e allo stesso tempo così vicini alle sfere delle probabilità, che è impossibile non sentirsi coinvolti come donne e come esseri umani.

Il pregio del romanzo della Atwood sta nell’essere un romanzo distopico che spiattella temi scottanti non troppo lontani dalla realtà, quella degli anni 80 e la nostra: l’esaltazione religiosa, la strumentalizzazione biblica, le manovre politiche per il controllo delle dinamiche sociali, la condizione della donna e la minaccia al genere umano a causa dell’incipiente infertilità.

La piega femminista della narrazione della Atwood non raggiunge mai punte polemiche ma si integra per quello che é, l’amara riflessione su quella che sembra essere una pagina chiusa dell’evoluzione culturale dell’uomo ma che in realtà rivela tutta la sua precarietà. La condizione della donna, il suo ruolo, lo status che ricopre risentono ancora nella modernità dell’idea che biologicamente ci siano dei ruoli che non possono essere traditi, ruoli che definiscono la donna come uno strumento. E’ su questa idea che la scrittrice costruisce il suo scenario distopico. In quanto strumento la donna si trasforma nei fatti in quel sacro contenitore che serve a dare vita. Le differenze di classe aggravano ancora di più questa idea tanto che l’utero diventa un vero e proprio strumento nelle mani delle famiglie di classe. La capacità di procreare diventa lo spartiacque tra la possibilità di vivere e la morte e l’essere donna si trasforma in una colpa da espiare. “Suore inzuppate nel sangue”.

 

Tutto l’universo maschile ritorna alle antiche differenze di genere e all’unica competenza possibile: la guerra. Nel romanzo della Atwood, infatti, la guerra serve a mantenere la pace (non molto lontano da quello che, velatamente, i governi guerrafondai dichiarano oggi). Con il ritorno alla suddivisione dei ruoli, nella società distopica disegnata da Il racconto dell’ancella, l’uomo torna a combattere e la donna a gestire il focolare domestico. La legge è quella della Bibbia e le esecuzioni sono lo strumento educativo provilegiato. Insieme al ritorno a questo stato di cose, si ritorna ad una ritualità che non solo è sinonimo di ordine ma che attinge ad una sorta di routine militaresca che serve a promuovere la coesione e l’esalatazione di gruppo da una parte e a controllare dall’altra.

Non c’è nulla di scandaloso nel romanzo di Margaret Atwood se non la sconvolgente follia dell’uomo, capace di ritorcersi, il meno biblicamente possibile, contro se stesso.

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