Ciao Alessia!

Alcune notizie si schiantano tra capo e collo provocandoci un brivido di freddo a cui segue solo un’immobilità incredula, l’impotenza e una profondissima tristezza.

Arrivata da poche ore in Au, sveglia in piena notte, apro fb e leggo una sfilza di messaggi di commiato sulla pagina della mia amica Alessia Traversa.

Non ci credo. Non ci posso credere. L’ultima persona che riesco ad immaginare possa non esserci più. E invece non c’è più. Alessia è passata dall’altra parte.

La vita è cosi. Scava ferite all’improvviso, con violenza. Se ne frega di guardare il conto. Non importa mai che tu faccia del bene oppure no. Alessia non era una ragazza piena di vita. Alessia era la vita. L’unica persona che abbia mai conosciuto in grado di diffondere intorno a sé la serenità, la fiducia, la buona volontà in modo pieno. L’unica che fosse in grado di essere lucida e realista restando ottimista. Alessia è riuscita a rendere giustizia in pochissimo tempo al vero significato della vita. Lo ha fatto con se stessa, inseguendo con perseveranza i suoi sogni, impegnandosi per i suoi obiettivi; lo ha fatto con i suoi amici, essendo sempre presente, supportando ognuno di loro facendolo sentire speciale e insegnandogli il valore dell ricerca della felicità; lo ha fatto con i suoi allievi, amandoli e seguendoli uno ad uno per amore della sua professione e della loro crescita; lo ha fatto in Kenya dove è stata in grado di lasciare il segno, creare legami eterni e gioire della purezza della vita.

Alessia non c’è più ma c’è sempre. Le persone come Alessia non vanno via ma cambiano forma. E al posto del vuoto incolmabile resta quella ricerca della felicità che ha cercato di insegnare agli altri.

Un altro rimpianto si è fatto spazio nel mio cuore perché, Alessia, ci eravamo promesse di rivederci presto ma non ne abbiamo avuto il tempo. Il mondo diventa piccolissimo quando una persona a cui vogliamo bene se ne va via. Ed anche se sono lontana 16000 kilometri dal posto in cui riposi, sei vicina, nell’altra stanza.

Non posso che lasciare qui uno dei tuoi post più belli perché le tue parole gridano al mondo chi eri e qual era l tua missione.

Grazie Alessia, per essere passata nella mia vita.

“Dall’altra parte del Mediterraneo a quest’ora mi lavavo i denti accucciata per terra sul prato, in una mano un bicchiere di acqua piovana, dall’altra lo spazzolino, sopra di me le stelle dell’emisfero australe. Mancava qualsiasi cosa che mi potesse ricordare un bagno e acqua corrente ma in cambio nella pozzanghera in cui avrei dovuto sputare (Non trovo un sinonimo più elegante) vedevo riflesse costellazioni mai viste qui.
Dall’altra parte del Mediterraneo i bambini di famiglie molto povere ingannano i brontolii delle pance affamate annusando una droga, chiamata colla, diluita in bottiglie di plastica che loro indossano come un gadget, come un biberon.
Dall’altra parte del Mediterraneo se le scarpe dell’ospite (io) si sporcano di fango la mattina dopo le ritrova più pulite di quando le ha comprate, con i lacci lavati a parte.
Dall’altra parte del Mediterraneo il saluto è “how are you?”.
Dall’altra parte del Mediterraneo si pulisce la casa spazzando e lavando con le ginocchia per terra, ignari dell’esistenza del bastone per le scope. Tante Cenerentola e Cenerentoli (tutti quelli che usufruiscono di uno spazio o una cosa poi la puliscono).
Dall’altra parte del Mediterraneo un bambino/a di 4 o 5 anni lava, pulisce e nutre il fratello/sorella, reali o percepiti; alla stessa età io giocavo con le bambole.
Dall’altra parte del Mediterraneo non mangiavo sempre alla stessa ora, non mangiavo sempre 3 volte al giorno.
Dall’altra parte del Mediterraneo una sola televisione calma il bisogno di informazioni, immagini e canzoni di un’intera area, che entrava in casa senza chiedere permesso e che in cambio il giorno dopo avrebbe fatto pascolare le mucche.
Dall’altra parte del Mediterraneo ci si fa la doccia con l’acqua piovana, fredda. Ma poi è il sole che asciuga i capelli.
Dall’altra parte del Mediterraneo quando un ospite parte tutti invocano il proprio Dio affinché protegga il suo viaggio.
In effetti questa non è la situazione di tutta l’Africa e di tutte le famiglie, è la situazione di una famiglia “borghese” che mi ha ospitata in Kenya, un paese dove non c’è la guerra, in cui c’è un turismo costante in tutte le stagioni, in cui non c’è dittatura né un flusso migratorio consistente verso l’Europa. C’è anzi un campo profughi che accoglie somali e sud sudanesi.
Ho passato tutto il tempo a chiedermi come fosse allora la vita in paesi ancora più provati. Ho passato tutto il tempo a chiedermi se avessi aspettato di vedere bombe cadere sulla mia baracca per cercare di andare via e mi sono risposta che no, lo avrei fatto per molto meno e, sono certa, lo avrebbero fatto anche mio padre e mia madre se avessero pensato di potermi far vivere meglio. Nonostante non ci fosse la guerra.
Ho passato tutto il viaggio a cercare di ricordarmi che non sono responsabile di ciò che i miei avi hanno fatto a queste terre né sono colpevole se sono nata in un paese in cui non c’è la guerra e in cui anche la persona più povera ha in casa un bagno e acqua corrente; ma parte della mia generazione è responsabile della propria ignoranza (inaccettabile nell’epoca dei click), della propria paura, della propria insicurezza e dei propri pregiudizi. E questo mix letale si sta traducendo in azioni volte a impedire che tutto questo cambi. Che queste vite vivano e non sopravvivono. E non si tratta di stare dalla parte degli africani, dei siriani o delle spose bambine bengalesi; si tratta di riconoscere e sostenere il diritto di tutti gli esseri umani ad avere una vita dignitosa e di avere la vita che desiderano.
Sono fiduciosa perché l’altra parte della mia generazione protegge questo diritto e lo usa a sua volta; tra questi ci sono i 4 ragazzi con cui ho condiviso questa esperienza: 2 laureandi in medicina che hanno seguito un progetto in ospedale curando i malati di HIV e malaria e due neodiplomati che hanno deciso di festeggiare così la loro appena conseguita maturità. E sono fiduciosa anche perché dopo questa esperienza sono sempre più convinta che la ribellione a un destino ineluttabile ha la forza, prima o poi, di aprire un varco.”
23 agosto 2017

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