Recensione di Corri, coniglio di John Updike

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Mancavo da tempo da questo mio spazio che sembrava essersi accartocciato sulla mia mancanza di tempo.

Oggi però è il giorno buono per tornare. Oggi ho dovuto trovare il modo e il tempo di sedermi e scrivere perché, nonostante la mia voracità da lettrice e le innumerevoli volte in cui mi sono emozionata per aver letto un libro meraviglioso, oggi è uno di quei giorni in cui uno di quei libri è entrato indiscutibilmente nella mia top 10.

Oggi ho finito di leggere Corri, coniglio di John Updike. 

Era nella mia book list da molto tempo e finalmente ci sono approdata con una soddisfazione senza pari.

Quando John Updike scrisse Corri, coniglio aveva 28 anni ed era al suo secondo lavoro. Ma con Corri, coniglio si incamminò sulla strada del grande riconoscimento. In questo romanzo, pubblicato nel 1960, Updike introduce il personaggio di Harry Angstrom che riapparirà poi nei successivi libri della serie, Il ritorno di coniglio del 1971,Sei ricco, coniglio del 1981 e Riposa, coniglio del 1992.

TRAMA: Harry «Coniglio» Angstrom, ex campione di basket del liceo, abbandona la moglie e il figlio piccolo spinto da un impulso improvviso. Harry ha ventisei anni, è immaturo ed egoista, un adulto bambino incapace di prendersi le sue responsabilità. Ma, nella sua erratica fuga da una vita mediocre, lo guida un profondo desiderio di libertà. E la sensazione, radicata e perturbante come una fede, di essere nel giusto, che qualcosa di piú grande vigili su di lui, destinandolo alla salvezza.

Corri, Coniglio9788806214753_0_0_1596_75

2016
Stile libero Big
pp. 424 
€ 20,00
ISBN 9788806214753
Traduzione di Bruno Oddera 

Traduzione di Federica Oddera

Recensione:

Alla sua morte nel 2009, John Updike fu definito dal New Yorker, uno dei più grandi scrittori moderni, colui che è riuscito ad interrompere l’incompletezza che aveva perseguitato la letteratura americana.

Questo senso di completezza, di compiuta espressività è immediatamente percebile mentre ci si addentra tra le pagine di Corri, coniglio.

Il personaggio di Harry Angstrom incarna le caratteristiche dell’uomo medio alla ricerca di se stesso, in fuga dall’insoddisfazione dell’ambiente domestico, in fuga da sua moglie ma a ben vedere in fuga dalla mediocrità della sua esistenza.

Il continuo rinvangare un passato brillante da campione di basket fa ripiombare su Angstrom l’ombra minacciosa di un presente che costantemente va appiattendosi in un matrimonio asettico, una casa misera e un futuro senza mordente.

L’evoluzione del suo personaggio cela una pateticità che è quella tipica dell’uomo medio, costantemente alla ricerca di un termine di paragone, un contraltare al cospetto del quale sentirsi finalmente compiuto.

Ma è esattamente l’irrisolutezza a determinare la complessità del personaggio di Angstrom. Quando appare deciso, quasi crudelmente risoluto, ad abbandonare la sua vecchia vita, è proprio allora che egli lascia aperta una finestra, rappresentata dalle partite a golf con il reverendo Eccles, chiamato a mediare nella questione familiare.

Harry, con quella che può interpretarsi come una sorta di ansia di essere nel giusto, trova in Eccles la convalida al suo comportamento, la possibilità di lasciare una porta aperta sulla sua ragionevolezza. Allo stesso tempo, il suo rapporto con il reverendo acquista quell’ambiguità che è il segno distintivo della sua intera personalità. Sembra quasi che Angstrom abbia bisogno costantemente di un interlocutore attraverso cui rinforzare la sua idea di libertà. Prima Tothoro, il suo vecchio allenatore di basket, Eccles, poi Ruth, tutti compagni “di viaggio” capaci di obliterare la sua validità.

Tale necessità si concretizza anche nella caratterizzazione dei due personaggi femminili tra cui Harry Coniglio Angstrom si trova a scegliere. Due differenti facce di un’unica medaglia, una moglie ed una prostituta ma entrambe donne delineate in virtù della loro femminilità e non del loro status.

A dirla tutta, è proprio dal relazionarsi con questi due universi femminili che il protagonista rigurgita quella che sembra una sorta di impossibilità alla perfezione, un disadattamento, un’inadeguatezza irrisolvibile.

Harry Angstrom è incalzato dalla necessità di correre, appunto, per dirla col titolo. Di andare via, abbandonare. Non è mai profondamente collegato al mondo delle cose. E’ più stretto alla vita da un bisogno carnale, di possesso che da altro. E forse qui sta la chiave di lettura del protagonista, così ben disegnato da Updike, nell’idea di realizzazione come possesso e nel suo contrario di fallimento come solitudine. Una solitudine che ha il sapore della distanza, della mancata connessione con la moglie, con la sua amante, i suoi genitori.

Non c’è risoluzione nel suo personaggio. Arreso al pentimento dell’abbandono dallo sconvolgimento della nascita del suo secondo figlio, viene riaccolto in casa. Trova realizzazione nel compimento della procreazione. Riflesso in un altro piccolo sè ristabilisce un legame, che però viene subito a spezzarsi sotto il peso della sua inconsistenza. Leggendo tra le righe, sembra che Updike abbia voluto abbozzare una mascolinità che si sente legittimata solo dall’atto di creare un altro sè, laddove Angstrom ambisce effettivamente ad un altro sè.

Disatteso, cosa gli resta di fare se non correre!?!

La scrittura di Updike è una scrittura potente, scende nel fondo delle cose fino a renderle vive sulla pagina. Non esiste una sola pagina nel romanzo di Updike che risulti squilibrata, troppo poco descrittiva o troppo descrittiva. Ci si sente nei panni di Angstrom come dietro una macchina da presa che inquadra tutto.

Si è con Angstrom per tutto il tempo senza però essere lui, senza cadere nel tranello dell’empatizzazione.

Corri, coniglio è la dimostrazione che la scrittura e la letteratura hanno un potere che travalica il medium, quello di restituire l’interezza della vita attraverso le parole.

 

 

 

 

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