(Recensione) Wanderlust, la coproduzione Netflix-BBC con Toni Collette e Steven Mackintosh

Un dramma psicologico che indaga l’amore (di sè e degli altri) attraverso la lente del sesso

Ha debuttato il 19 ottobre sulla piattaforma Netflix e prevedo che farà molto parlare di sè.
Si tratta di Wanderlust, la serie interpretata da Toni Collette e Steven Mackintosh in 6 episodi coprodotta da Netflix e BBC e scritta dal drammaturgo britannico Nick Payne.

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Il termine ‘wanderlust’, da cui il titolo, si riferisce a quella che in psicologia è conosciuta anche come sindrome di wanderlust e che indica il desiderio di andare oltre il proprio mondo, di esplorare, il desiderio di esotismo. Liberamente tratta dall’opera teatrale omonima rappresentata da Payne nel 2010 al Royal Court, Wanderlust ha impegnato il suo creatore sin dal 2013 e porta, in modo del tutto evidente, il segno di tale impegno.

Ad una lettura superficiale, Wanderlust racconta la storia di una coppia, lei psicoterapeuta e lui insegnante, che tenta di ravvivare il proprio matrimonio e la propria vita sessuale decidendo di comune accordo di frequentare altre persone restando una coppia.
In realtà è molto più di questo. Ed è molto più di una serie televisiva. Porta sugli schermi l’impianto teatrale, a cui il suo autore dichiaratamente resta legato, per mezzo di lunghe scene, pause prolungate e dialoghi che si accavallano. In questo già risiede parte del suo fascino.

Sin dall’inizio Wanderlust dichiara i due temi cardini attorno a cui sono costruiti i protagonisti: un trauma e il sesso. Joy (Toni Collette) in seguito ad un incidente in bici, da cui esce ammaccata, ritrova consapevolezza del suo corpo e del desiderio di essere attiva sessualmente. Attraverso l’esplorazione della sessusalità e della sessualità mancata, Joy e suo marito Alan imboccano un processo di ricerca che li conduce ad esaminare le proprie debolezze, le rispettive rigidità ma soprattutto le proprie necessità.

In Wanderlust il sesso è la materia che non determina il peso dell’amore ma è solo la lente attraverso cui i singoli vissuti sono riflessi.

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In una sinfonia famigliare, che coinvolge figli, vicini di casa, amici e colleghi, Wanderlust interpreta i rapporti personali alla luce del desiderio, di quella libido che qui rievoca inequivocabilmente atmosfere freudiane.
Freud definiva libido “quel qualcosa di quantitativo che costituisce il fattore energetico del funzionamente psichico”. La libido in Wanderlust non è gratuita ma è un sintomo, il segno tangibile dell’universo psicologico che sottende ai personaggi. La prospettiva freudiana trova oltremodo una  più compiuta rispondenza nei ripetuti paralleli tra sesso e cibo.
Raggiunto l’accordo, Joy e Alan paragonano la differenza tra il sesso matrimoniale e le relazioni sessuali extraconiugali alla differenza tra uno snack e un pasto completo, laddove il pasto completo è il sesso libero, spontaneo, quell’impulso a sentirsi compiuti. La maestrìa di Payne, fuori da ogni retorica, ha intessuto l’intera vicenda di riferimenti che elegantemente costituiscono la spina dorsale di questo dramma psicologico che affronta i temi dell’amore, della famiglia, del desiderio da un punto di vista nuovo, sicuramente raffinato e molto complesso.

Il sesso non è in Wanderlust il protagonista ma è quell’ingrediente che fonde tutti i sapori, che li esalta, che li motiva. Il sesso si traduce nel linguaggio dell’istinto, nel contrario della repressione, in quella pulsione che trova la sua ragione nella spontaneità e che è manifestazione fisica della propria abilità di “esserci”, di “esistere” e di “sentire”.

Le interpretazioni di Toni Collette e Steven Mackintosh hanno un peso specifico nella straordinaria riuscita della serie di Payne. Il personaggio di Joy catalizza l’attenzione ed è portatrice di uno spessore e di una complessità che solo pochissime attrici, come appunto la Collette, possono raggiungere.

La regia, con un approccio del tutto soggettivistico, è coerente alla narratività la quale è in modo evidente retta dalla potenza delle singole individualità.

Wanderlust sdogana il concetto borghese di famiglia strappando, attraverso una scrittura poetica e nostalgica, il velo dell’ipocrisia e illuminando gli angoli bui della psicologia famigliare. Parafrasa l’amore, dispiega le sue ragioni e lo fa con un taglio che se si prende sul serio non disdegna ad ogni modo accenni comici e non rinuncia mai al realismo. Indaga, senza inciampare in divagazioni astratte, il potere dei ruoli e la loro labilità; riesce a schivare la retorica e non impone grandi verità definitive.

Wanderlust è il ritratto sincero, onesto, contemporaneo, raffinato dell’universo infinito che si nasconde dietro l’unità minima di interazione senziente, il rapporto tra esseri umani.

 

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