(Recensione) Maniac, lo sci-fi psichedelico di Netflix

Una serie fantascientifica retro che strizza l’occhio al grande cinema

 

Preceduta da una campagna pubblicitaria martellante, la serie Maniac ha debuttato il 21 settembre sulla piattaforma Netflix e ha subito diviso il pubblico. Che voi l’abbiate amata oppure no, Maniac ha sicuramente il pregio di non lasciare indifferenti.

Libero adattamento dell’omonima serie norvegese del 2014, i 10 episodi firmati alla regia da Cary Fukunaga – vincitore dell’Emmy per la regia di True Detective – e alla sceneggiatura da Patrick Somerville – autore di Leftovers – spingono la pazienza dello spettatore al limite in un’operazione a metà strada tra la psichedelìa ed un sci-fi retro.

Ambientato in una New York del futuro – quale futuro non è chiaro – dove la Statua della Libertà è rimpiazzata da una Statua dell’Extra Libertà, Maniac ruota attorno a Owen Milgrim (Jonah Hill), rampollo disadattato di una famiglia altolocata alle prese con uno scandalo scottante,ossessionato da una serie di visioni che lo spingono talvolta al limite della catatonia. La sua psiche gli gioca brutti scherzi e lo tiene sospeso tra realtà e fantasia, costringendolo in un limbo di inutilità. E ad Annie Landsberg (Emma Stone), una tossica dalla personalità borderline con sindrome di abbandono e la mania di rivivere sempre lo stesso giorno traumatico della sua vita.

I due si incontrano in una clinica per la sperimentazione di un farmaco che promette di risolvere ogni tipo di trauma e portare la felicità, il primo spinto dalla necessità di riacquistare il contatto con la realtà,nella speranza di sentirsi finalmente adeguato agli alti standard di una famiglia in vista, la seconda dalla prospettiva allettante di usufruire legalmente delle pasticche di cui sente di avere bisogno.
Quando il computer che supervisiona gli esperimenti inizia ad assumere iniziative proprie sulla scia di un’antropomorfizzazione dei sentimenti – si sente depresso – i due cominciano a condividere le fantasie provocate dal trial clinico per mezzo della somministrazione di tre pillole – A, B e C.
Nelle tre fasi sperimentali di individuazione, confronto e accettazione, i due si ritrovano ad essere ora una coppia anni 80 della classe media alle prese con il recupero di un lemure di grande valore, poi una coppia di truffatori di inizio 900 che tentano di recuperare un artefatto legato al Don Chisciotte durante una seduta spiritica, e così via.

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La narrazione, per tutto il corso della serie, sembra più interessata a cavalcare la storia di Annie la quale, nei fatti, pilota la risoluzione finale – sempre che di risoluzione si possa parlare.
Laddove nelle intenzioni di Emma Stone e Fukunaga fosse importante che il personaggio femminile non facesse da appendice a quello maschile, in effetti viene a realizzarsi il contrario.

Annie, e il suo doppio nelle fantasie, spingono le trame, le alimentano, definiscono delle svolte; Owen è invece l’antieroe nevrastenico e schizofrenico che intimamente vuole credere che le sue fantasie siano vere, che ci sia un progetto, e che il suo obiettivo sia salvare il mondo.

RIFERIMENTI CINEMATOGRAFICI

Nei subconsci al neon in cui i personaggi fluttuano, lottano e si confrontano, emergono le infinite proiezioni dei fantasmi del passato, in un citazionismo sfrenato che se solletica il palato di molti cinefili e non solo da una parte, non manca di disorientare lo spettatore più passivo.

  • Palese al limite del tributo dichiarato, il riferimento a Il dottor Stranamore nella puntata 9, durante la scena di spionaggio ambientata alle Nazioni Unite.
    Durante queste stesse sequenze non è difficile intravedere tutta una serie di riferimenti agli spy movie, la serie di Bond, la dinamicità alla Matrix. In una scena di dialogo (che non voglio trascrivere per non rovinarvi il gusto di vederla!) lui comincia a sanguinare dal naso; dopo poche sequenze sarà lei a sanguinare dal naso. Di personaggi cinematografici che sanguinano dal naso in determinate situazioni narrative ce ne sono così tanti che è impossibile non vederci un riferimento. Dal recentissimo Stranger Things, I Fantastici Quattro, l’adattamento del romanzo di Stephen King Firestarter – Fenomeni paranormali incontrollabili di Mark L. Lester, fino a Scanners di David Cronenberg.
  • Riferimenti a Magritte e al suo Ceci n’est pas un pipe. Nella cantina delle torture, durante la fantasia gangster movie style, campeggia una locandina che reca la scritta Ceci n’est pas un drill. Durante l’interrogatorio alle Nazioni Unite, Annie sta fumando una grossa pipa che richiama il quadro di Magritte.dm-90pwuyaavzpv
  • Letterale il riferimento al Signore degli Anelli.
  • Tra le righe ma non del tutto nascosto è il riferimento a Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, il cui protagonista, interpretato da Jack Nicholson, si chiama Mc Murphy e alla fine del film viene lobotomizzato. In una scena in cui la madre di Mantleray cerca di convincere suo figlio e la dottoressa Fujita ad interrompere la sperimentazione, Mantleray la rassicura dicendo che non ci sono McMurphies.
  • L’iconografia di Alien ricorre sia nell’allestimento della sala comune nel laboratorio di sperimentazione sia nella scelta dei distintivi sui camici che sono identici ai distintivi Nostromo indossati da alcuni personaggi di Alien.gd0i0ho7y9o11
  • Più sottile è il riferimento all’Edipo re di Sofocle nella scena in cui Mantleray resta accecato e grida: “Sono stato accecato dall’amore tossico di mia madre”.

Come queste, molte altre sono le citazioni presenti in Maniac, alcune più letterali altre solo accennate. Il più ovvio parallelismo, unanimamente riconosciuto, è comunque quello con Inception.

In effetti il citazionismo risulta così forzato, rigido e serrato da far pensare che l’intento fosse proprio quello di fuggire alle retoriche di genere ricorrendo a tutta una serie di dogmi cinematografici che se da un lato spingono la narrazione verso l’assurdo, dall’altro si pongono al servizio della rappresentazione del subconscio, necessaria alla logica del film.

In quello che appare subito come un pastiche di generi, Maniac si propone come uno sci fi futuristico, una fantasia algoritmica che rivisita la geografia del futuro sulla linea delle nevrastenìe, ponendo la tecnologia a servizio della psiche. Il grande mantra è che nessuno è normale. Ed è anche il messaggio che Fukunaga, in definitiva, tenta di veicolare più attraverso un medium psichedelico e con una fotografia che sfrutta l’iconicità di certi topoi cinematografici che attraverso la linearità della narrazione: l’importanza di sdoganare il concetto di sanità mentale. Le psicosi non devono essere un tabù e talvolta dietro il più grande trauma si nasconde solo il bisogno fisiologico di uscire dall’isolamento, di tornare a condividere, ad avere amici.
L’ipertecnologia di Maniac resta sempre molto retro, non esibisce sè stessa per sensazionalità ma si distingue per una sorta di coscienza sociale. Ecco che compaiono piccoli robot ammaccati che raccolgono cacca dai marciapiedi, pubblicità di agenzie che propongono di adottare una vedova e i suoi figli.

Tutto risuona al ritmo di una ricerca della felicità che nei fatti è solo fittizia o comunque atta ad ingannare la mente. Lo dimostra l’esistenza di un’agenzia che fornisce falsi amici che rimpiazzino quelli che non è possibile avere nella vita reale.
Se la visione di insieme appare caotica e disordinata, Maniac nasconde dettagli però molto interessanti. Si pensi alle influenze giapponesi che spingono la location del laboratorio verso atmosfere dal sapore quasi manga. I personaggi del dottor Mantleray (Justin Theroux) e della dottoressa Fujita (Sonoya Mizuno) sono quasi caricature di una loro ipotetica versione credibile. La scelta di un futuro analogico, inoltre, sembra suggerire un ritorno al passato che odora di nostalgia.

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Si tratta di scelte lette da alcuni come diversissimi ingredienti di un calderone pretenzioso ma che nei fatti contribuiscono a delineare una serie coraggiosa, che se da un lato non propone una tematica nuova, dall’altro osa con una narratività che stordisce. Ogni episodio, benchè decisamente breve, lascia esterefatti e ad un certo punto si comincia a dubitare delle proprie capacità di comprensione. Ma vale la pena andare fino in fondo.

Oltre ai grandi nomi dietro la macchina da presa, grandissimi nomi davanti, oltre ai già citati, tra cui Sally Field, Gabriel Byrne, Jemima Kirke, Billy Magnussen, Julia Garner, Ank Azaria.

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5 pensieri su “(Recensione) Maniac, lo sci-fi psichedelico di Netflix

  1. Se ti é piaciuto ti consiglio di vedere anche Legion: non é fantascienza ma fantasy supereroistico, ma lo stile é molto simile a quello di Maniac, portandolo all’estremo. Proprio perché avevo già visto Legion ho trovato Maniac meno innovativo e originale, ma é stata comunque una serie molto bella che ho visto con piacere.

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